STRAP-ON

Il bimotore della JetAirvais toccò terra e arrestò la corsa al limite della pista. L’aereo effettuava la tratta Parma-Roma-Parma quattro volte al giorno. Sarebbe ripartito l’indomani mattina con a bordo i passeggeri diretti nella capitale.
Seduto sopra una poltrona, nella sala d’aspetto dell’aeroporto Giuseppe Verdi, stavo in attesa che comparissero i passeggeri. Mantenevo le mani intrecciate, umide di sudore, movendole di continuo, scaricando sulle dita l’ansia che mi portavo addosso.
Ero andato all’aeroporto per incontrare una donna di cui conoscevo solo il nome: Margherita. Avevamo stretto amicizia frequentando in rete un gruppo di discussione di racconti erotici dove entrambi eravamo soliti pubblicare le storie di sesso che scrivevamo. Replicando ad un commento di un lurker avevo reso pubblica una mia fantasia erotica. Con molta semplicità avevo espresso il desiderio di praticare del sesso con una lesbica.
L’affermazione era stata raccolta da Margherita, musa ispiratrice, a sua insaputa, di molti miei racconti saffici. Iniziò a tempestarmi di e-mail fintanto che in una di queste missive espresse la volontà di conoscermi di persona.
Le uniche donne dichiaratamente lesbiche che mi era capitato di conoscere prima d’incontrare Margherita erano due creature orribili. Ambedue avevano le gambe foderate con lunghi peli ed erano provviste di una sottile peluria al viso. Nel mio immaginario, come in quello di tanti altri uomini abituati a divorare con gli occhi immagini pornografiche, una lesbica riproduceva l’essenza della pulsione erotica.
Stirai le gambe e mi alzai dalla poltrona, dopodiché mi avvicinai al cancello d’uscita dei viaggiatori. Le sembianze di Margherita mi erano sconosciute. Lei però aveva visto una mia fotografia su di una pagina del mio sito web.
Nell’aerostazione ero solo ad attendere l’arrivo dei passeggeri. Margherita non avrebbe avuto difficoltà a identificarmi. Il gruppo di viaggiatori condotto a terra dall’aereo era composto in maggioranza da uomini d’affari. Molti facevano ritorno dalla capitale dove si erano recati per motivi di lavoro. Identificai fra loro tre giovani donne: una di loro era sicuramente Margherita.

Me l’ero immaginata così e non era per niente male. Fu lei a notarmi per prima e venirmi incontro.
- Ciao, bello! – disse dopo avermi gettato le braccia attorno al collo e baciato sulle guance.
- Ciao… – risposi intimidito dal suo improvviso slancio.
Peli nelle gambe non ne aveva, e nemmeno fili di barba sul mento. Indossava una minigonna elasticizzata che metteva in risalto le gambe affusolate e le caviglie strette. Una camicetta bianca, sbottonata sul davanti, sottolineava il solco fra le tette, non troppo grosse, ma sode all’apparenza. Tracolla portava una borsa da viaggio.
- Hai altri bagagli? – dissi.
- No, ho tutto nella borsa. Ripartirò domani pomeriggio. Ho portato soltanto lo stretto necessario…
- Conoscendo la predilezione che hai per i congegni erotici sono curioso di sapere cosa nascondi dentro la sacca. – dissi in tono scherzoso.
- Eheheh… è una sorpresa.
- Dai a me. La porto io la borsa.
- Ah, sì, grazie.
Sistemai la fascia tracolla e proseguimmo verso l’uscita dell’aerostazione.
- Sei soddisfatto nel vedermi qui? Oppure pensavi che ti avrei bidonato?
- Moltissimo… e poi non avevo dubbi. Ero certo che saresti comparsa. – dissi aprendomi in un largo sorriso.
Margherita bella la era per davvero. Mi domandai se era davvero lesbica mentre ci dirigevamo verso l’automobile. Bisessuale! Ecco cos’era! Ma non potevo chiederle conferma, perlomeno non subito, magari più tardi, pensai.
- Dove mi porti? – chiese mentre percorrevamo la tangenziale a est della città.
- Pensavo che ti avrebbe fatto piacere cenare in un locale tipico.
- Sì, certo, dove mi porti? Vicino al Po?
- No, in collina, ma se insisti impiego poco tempo a girare la macchina ed andare là.
- No, va bene, mi fido di te.
Usciti dalla tangenziale imboccammo la strada che conduce verso le colline.
- Ti spiace mettere un poco di musica?
- No, anzi.
Accesi l’autoradio e la sintonizzai su Radio Lattemiele, la stazione che sono solito ascoltare mentre guido.
- Ascolti sempre questo tipo di musica mentre viaggi in macchina? – disse.
- Sì, perché?
- Beh, si sente che sei un tipo romantico.
- Adesso mi fai arrossire. – dissi.
- E’ l’impressione che ho ricevuto leggendo i tuoi racconti e la scelta di questo genere di musica ne è la conferma. Ci scommetto che uno dei tuoi cantanti preferiti è… Biagio Antonacci, vero?
- Sì, lo ammetto. – risposi con un certo imbarazzo.
- Ma dai scherzavo. E poi Biagio piace anche a me.
Dalla terrazza del ristorante si godeva una magnifica vista panoramica sulla pianura che pareva illuminata da una miriade di luci. Prendemmo posto ad un tavolo sedendoci uno di fronte all’altra. La differenza d’età non si dimostrò un grave handicap per la nostra amicizia. Margherita sembrava soddisfatta della mia compagnia. Estranei non li eravamo del tutto, la lettura dei suoi racconti e le accese discussioni che avevamo caratterizzato il nostro rapporto sul newsgroup mi avevano permesso di conoscerla più di quanto lei poteva immaginare. In comune avevamo lo stesso modo d’intendere la vita. Entrambi eravamo disposti ad accettare qualsiasi tipo d’esperienza sessuale che ci fosse stata proposta.
I preliminari, giocati a consumare la cena attorno al tavolo, avevano accresciuto la voglia di conoscerci nell’intimità di una stanza da letto.
- Sei contenta di essere qui stasera?
- Sì, certo.
- Oppure avresti preferito non essere mai venuta.
- Perché dici questo?
- Non lo so.
- E’ una risposta del cazzo, lo sai?
- Sì, certo, scusami.
- Ho intrapreso questo viaggio conscia di ciò che avrei trovato. Leggendo i tuoi racconti ho imparato a conoscerti, e mi piaci per come sei dentro.
- E come sono?
- Ingenuo. O forse no, è questo che vorrei scoprire e ciò m’incuriosisce.
- Perché dici questo?
- Sei candido. Ecco la parola giusta che serve a definire quello che sei. Sì, questa è l’espressione più appropriata.
- E’ un demerito forse?
- No, ma al giorno d’oggi è premiato chi è furbo e ipocrita, non credi?
- E allora?
- Penso che tu debba rimanere così, altrimenti non sarei mai venuta qua.
- Sono abituato a incontrare persone che nella vita reale sono diverse da quelle che appaiono nei loro scritti. La gente cerca di apparire per ciò che vorrebbe essere e non per quello che è. Questo potrebbe succedere anche nel mio caso. Ti sei fatta una idea che è solo tua, invece potrei essere completamente diverso da quello che immagini, non credi?
- Sono qui per scoprirlo.
- Parlami di te, piuttosto. – dissi.
- Di me?
- Sì, di te.
- Non ho molto da dirti. Che vuoi sapere?
- Tutto…
Incominciò a scandire una parola dietro l’altra, come sono solite fare le donne quando iniziano a parlare di sé. Rimasi ad ascoltarla mentre narrava del suo lavoro, delle amicizie e di come aveva cominciato a scrivere racconti erotici.
La voce tradiva un chiaro accento romanesco. Rimasi stupito nel sentire che mozzava le doppie erre in una sola. Io invece me le trascinavo dietro con la mia inflessione parmigiana.
A tavola mi diede l’impressione di gradire il piatto di tortelli d’erbetta che il cameriere ci servì dopo l’antipasto di salumi. Lo stesso accadde con la punta di vitello ripiena di pane, formaggio e uova. Dopo avere assaggiato quest’ultimo piatto si limitò a gustare un sorbetto alla menta a fine del pasto.
* * *
- Carino il tuo appartamento.
- Ti piace?
- Lascia che lo visiti tutto, dopo saprò di te molto più quanto già so.
- Non dovrai affaticarti troppo a camminare perché è di soli 85mq.
- E cosa vorresti a disposizione? Un’astronave?
- No, ma vorrei un bell’attico.
- Carino… lui, eh.
La seguii dappresso strusciandomi contro il suo corpo mentre girava da una stanza all’altra. Ci ritrovammo sullo stipite della stanza da letto. Ci fissammo a lungo negli occhi, senza dire una sola parola, aspettando che l’altro prendesse l’iniziativa. Posai una mano sulla sua guancia e l’accarezzai. Lei accompagnò il mio movimento adagiandosi contro con il mio viso. Ero conquistato dal profumo della sua pelle e parecchio eccitato, ma non sapevo quale iniziativa prendere.
Margherita era lesbica, su questo non avevo dubbi, me lo aveva confermato lei stessa, ma non sapevo bene cosa desiderasse da me.
Fece passare le dita fra i miei capelli e cominciò a carezzarli. I suoi movimenti erano delicati come quelli di una piuma. Mi solleticava la pelle provocandomi dei brividi lungo tutto il corpo. Avvicinammo le labbra sfiorandoci fuggevolmente, senza mai entrare definitivamente a contatto, fintanto che le nostre bocche divennero tutt’una.
Margherita era calda, appassionata, molto più femminile di quanto potessi immaginare. Seguitammo a baciarci a lungo. I suoi modi non si addicevano a una lesbica. L’idea che mi ero fatto di Margherita era diversa da quello che appariva nella realtà, ma cos’era Margherita allora? Ripetei a me stesso questa domanda senza trovare una adeguata risposta.
Posai le mani sopra i suoi seni e li accarezzai. L’imbottitura del reggiseno non mi consentì d’entrare a contatto con la pelle, ma anticipò il momento in cui le avrei carpito i capezzoli fra le labbra per succhiarli avidamente. Accadde dopo poco quando ci ritrovammo nudi sopra le lenzuola. Margherita si mostrò insaziabile. Andò in brodo quando cominciai a succhiarle il clitoride. Raggiunse con estrema facilità più di un orgasmo. Tutto sembrava procedere per il verso giusto. Non avevo percepito nessuna differenza fra lei, lesbica, e una qualsiasi altra donna che era giaciuta nel mio letto, perlomeno fintanto che provai a scoparla.
- No… non è giunto ancora il momento. – disse serrando le cosce.
- Perché?
- Ho una sorpresa per te.
- Dici davvero?
- Sì, ma non è ancora tempo.
Avevo le palle dure, ritratte su sé stesse. Desideravo penetrarla, ma lei tergiversava accrescendo il desiderio che avevo di possederla.
- Cosa ti piacerebbe fare con me?
- Tutto.
- Tutto cosa?
- Scoparti?
- E poi?
- Desidero che me lo succhi?
- E poi?
- Venirti in bocca?
- E poi?
- Mettertelo nel culo?
- E poi?
- Beh, cosa altro potrei desiderare?
- Non hai altri desideri?
- Non so, dovrei pensarci… – dissi carezzandole i capezzoli turgidi.
- Se ti mettessi un dito in culo come reagiresti?
- Lo accoglierei volentieri.
- Qualche donna che te lo ha già messo dentro?
Esitai prima di risponderle, poi glielo dissi.
- Sì, parecchie volte. Avevo un’amica cui piaceva farlo senza che glielo chiedessi.
- Ti sentivi imbarazzato?
- Quando lo faceva spontaneamente no, ma sono un po’ restio a chiedere ad una donna di infilarmi un dito nel culo. Lo capisci, no?
- E se ti chiedessi di provare un’esperienza di questo genere con me, accetteresti?
- Con te sono disposto a tutto. – dissi adagiandomi con tutto il corpo sopra di lei.
- Sono contenta che tu dica questo. Ho portato con me una sorpresa. Aspetta qua, l’ho nella borsa da viaggio.
Margherita si liberò dal mio abbraccio e scese dal letto. Attraversò la stanza e uscì dalla porta. Tornò poco dopo con indosso una cintura fallica.- Ti piace? – disse mostrandosi nuda con indosso un cinto nero da cui s’innalzava un fallo in lattice di colore carne.
- Carino. – dissi sorpreso.
- Ti piaccio così?
Nuda, col fallo in lattice fra le cosce, sembrava un altro tipo di donna, ma non sapevo come dirglielo.
- Hmm… sì, ti sta bene. – mentii.
- Indossando una cintura fallica la donna desidera penetrare il suo partner maschile, ma anche l’uomo trova godimento nell’essere penetrato. Eri al corrente di questo?
- No, non lo sapevo. – dissi allarmato.
Ero impressionato da quella che consideravo una goffa messinscena. Non avevo mai visto una donna con indosso un gingillo del genere, anche se mi era capitato di giocare con falli in lattice e penetrare le mie occasionali partner con uno di quegli aggeggi.
- Le coppie che usano lo strap-on hanno l’opportunità di scambiarsi i ruoli e saggiare un lato diverso della loro sessualità.
- Ah! – dissi, mentre il cazzo mi si afflosciava.
- Occorre che ognuno dei partner liberi le fantasie dell’ambivalenza sessuale e le esprima liberamente.
- E tu credi davvero a quello che stai dicendo?
- Certamente! Quando assumo il ruolo di chi penetra vado a mutare il rapporto di coppia e questo cambiamento può diventare molto eccitante per entrambi i partner, concordi?
- Sì… certo.
- Se la pratica è ben condivisa si ha l’opportunità di raggiungere la piena fusione dei corpi e della mente, oltre che incrementare la sessualità di ciascuno.
- Dici?
- Sì, sei pronto a farlo?
Preparato a quello che Margherita mi stava offrendo non lo ero, ma non potevo tirarmi indietro.
- Come ti sembro? – disse avvicinandosi al letto dove stavo supino.
- Non ero preparato a questo genere di sorpresa. Che dovrei dire di più?
- Come credevi che fossi?
- Non lo so più.
- Un’idea te la sarai fatta di me leggendo i racconti che ho scritto.
- Sì, certo, o forse no.
- Beh, che vogliamo fare?
- Scusa se ti faccio una domanda, ma non ti senti ridicola con quell’aggeggio fra le cosce?
- No, affatto.
- Allora cosa vuoi da me?
- Te l’ho detto. Voglio penetrarti.
- Ed io cosa dovrei fare?
- Niente, devi lasciare fare tutto a me. – disse.
Margherita si avvicinò al letto e si mise davanti a me con il fallo in lattice bene in mostra. Percepivo a pelle che era molto eccitata e desiderava assumere il ruolo di puntatore. Ero perplesso, e poi non ero sicuro di prendermi in carico il suo ruolo di donna facendomi inculare, ma nello stesso tempo non volevo perdere l’occasione di mettermi alla prova sperimentando questo modo diverso di intendere il piacere sessuale.
Margherita salì sulle coperte e si accucciò al mio fianco. Incominciò ad accarezzarmi le cosce risalendo con le dita fino all’inguine prendendo nella mano il cazzo. Cominciò a masturbarmi, poi discese con le dita fino a toccarmi l’orifizio anale.
- Ti piace quando te lo tocco in questo modo eh?
- Sì. – dissi in tono dimesso.
Intinse le dita nella bocca inumidendole di saliva che mi depositò sull’anello dell’ano, poi m’infilò un dito nel culo. Roteò a lungo l’estremità della mano provocandomi un gradevole prurito, insistendo nel masturbarmi il cazzo con l’altra mano. Ero turbato e preoccupato per ciò che Margherita era intenzionata a fare. Ero in affanno ed avevo l’impressione d’essere solamente uno strumento di piacere nelle mani della mia partner.
- Sei pronto ? – disse.
Non le risposi mi sistemai carponi sul letto col culo esposto verso l’alto e il capo spinto verso il basso a toccare col muso le lenzuola. Le dita delle sue mani aspersero, ancora una volta, della saliva nel mio culo e subito dopo l’estremità del fallo artificiale si posò sull’orifizio. Margherita spinse delicatamente la sonda di lattice dentro di me.
Il cuore pareva uscirmi dalla gola. Le tempie mi martellavano e il respiro sembrò mancarmi all’improvviso. Ero impaurito e non volevo ammettere che stavo traendo piacere dallo sfregamento del cazzo di gomma nel mio intestino.
Lei stava dietro me e continuava a penetrarmi compiaciuta del suo ruolo maschile. Tenevo il cazzo duro ed avrei desiderato toccarmelo, ma non lo dissi a Margherita, lasciai che continuasse a scoparmi dilatandomi il buco del culo.
L’indolenzimento e il bruciore che provavo quando affondava il fallo nelle mie viscere era attenuato in una certa misura dall’appagamento sessuale che mi dava questo tipo di penetrazione. Ero madido di sudore, ansimavo e gemevo alla stessa maniera delle mie compagne di letto quando le scopavo. Chissà se Margherita stava traendo uguale piacere puntandomi a quel modo?
Desideravo sborrare e raggiungere l’apice del piacere. Cominciai a sfregare la cappella con le dita movendomi in sincronia col fallo che mi penetrava didietro. Non ci misi molto a venire.
- Vengo!… vengoo!… vengooo! – esultai.
- Sì… sì… sì… – urlò Margherita continuando a scoparmi.
Nel momento in cui estrasse il fallo dal mio culo provai un forte bruciore all’ano. Mi ammosciai sulle coperte del letto e Margherita mi fu sopra, poi ci scambiammo un lungo bacio.
E’ trascorso un mese da quella sera. Margherita ed io continuiamo a vederci nei fine settimana. Lo scambio di ruoli ha accresciuto il mio desiderio sessuale. Ho stabilmente pensieri voluttuosi e lei è l’unica donna capace di appagarli.

BOCCA DI ROSA

Nadja andava orgogliosa del nomignolo Bocca di Rosa attribuitole dai clienti. Glielo avevano affibbiato dopo che un uomo a cui stava succhiando il cazzo si era accasciato al suolo, privo di conoscenza, e condotto d’urgenza all’ospedale per essere rianimato.
Quando la sera usciva da casa per andare al lavoro era solita ingentilire le labbra, sporgenti oltremisura perché ritoccate di collagene da un chirurgo plastico, con un rossetto lucidalabbra di colore rosso fragola. Poneva molta cura nelle operazioni di abbellimento delle pieghe cutanee che delimitavano l’accesso alla bocca, voluttuoso strumento di piacere per l’attività lavorativa che espletava.
Professionista del marciapiede si era fatta asportare tutti i denti dalla bocca. Lo aveva fatto per praticare nel migliore dei modi il coito orale, diceva lei. Si era specializzata nel fare pompini e li sapeva fare bene, facendo godere come nessun altra gli uomini con la bocca. Raramente le veniva chiesto dai clienti di farsi scopare da basso, o nel didietro, come invece succedeva alle sue colleghe di strada.
Nadja espletava il mestiere di prostituta sulla Via Emilia, in prossimità del Ponte Romano che attraversa il fiume Taro, distante qualche chilometro dalla città. Nadja aveva fatto la sua comparsa in quel tratto di strada all’inizio dell’inverno, mischiandosi alle prostitute che mercificavano il corpo in quel tratto di strada.
Era solita occupare la striscia di marciapiedi assegnatole da chi gestiva il racket della prostituzione sulla Via Emilia. Indosso aveva la pelliccia e sotto il corpo nudo, ad eccezione delle calze a rete nere e le zeppe dai tacchi alti. Tracolla reggeva una piccola borsa che conteneva un rossetto, due scatole di preservativi da venti confezioni e dei fazzoletti di carta: il necessario per una prostituta da strada come lei.
Nadja andava orgogliosa della protesi di denti artificiali con cui aveva sostituito quelli guasti rovinati dalle carie. Esibiva la nuova dentatura con orgoglio prodigandosi in luminosi sorrisi, riponendo nella borsetta la dentiera prima d’iniziare a succhiare il cazzo ai clienti che andavano pazzi per le morbide gengive della sua bocca.

Nadja era cittadina slava, di Banja Luka, aveva trent’anni, perlomeno questa era l’età che dichiarava. Possedeva un corpo seducente, due tette sode ed il culo sporgente era privo di qualsiasi smagliatura. La pelle era del colore della luna, ben visibile nel buio della notte, al contrario delle donne nere che si prostituivano oltre il cavalcavia dell’autostrada, verso Salsomaggiore.
Nadja succhiava il cazzo ai clienti impreziosendo l’azione con dei finti mugolii allo scopo di offrire più spessore alle fantasie erotiche dei clienti. Era brava nel fare scorrere il cazzo nella bocca e leccarlo con la lingua. Lo teneva stretto a contatto di labbra e gengive avvolgendolo d’intorno meglio di quanto avrebbe potuto fare con la mucosa della figa. Utilizzava un abbondante quantità di saliva che distribuiva sulla cappella per facilitare il flusso e il deflusso nella cavità della bocca.
Raramente le capitava di non portare a termine un pompino senza che il cliente eiaculasse. La maggioranza degli uomini prediligeva che gli succhiasse il cazzo stando inginocchiata ai loro piedi. Ormai c’aveva fatto il callo alle ginocchia stando genuflessa. Stare chinata le dava modo di percepire le contrazioni dei corpi dei clienti mentre eiaculavano nel preservativo e questo le piaceva.

Nadja era un’eccellente professionista. Prima di attivarsi nello spompinare il cazzo ai clienti, da cui pretendeva d’essere pagata in anticipo, riponeva la dentiera nella borsetta e l’avvolgeva dentro un fazzoletto di carta, dopodiché cominciava a contrarre le labbra sul cazzo, avvolgendolo per bene, facendolo scorrere fra le gengive prive di denti.
Fare venire un uomo col solo movimento delle labbra e della lingua, lasciandogli a protezione il preservativo, non era cosa facile, il più delle volte si aiutava con il movimento della mano, strizzando le palle al cliente.
Molti uomini erano soliti spararsi una sega prima d’accompagnarsi con lei, ritardando in questo modo l’istante in cui avrebbero eiaculato. Questo espediente la costringeva a tempi più lunghi riducendo, di fatto, il numero di clienti da spompinare durante una sera.

Egidio Tedeschi era innamorato di Nadja. Le metteva il cazzo in bocca almeno due volte la settimana raggiungendo l’orgasmo con estrema facilità. Fra le labbra voluttuose di Nadja avvertiva sensazioni che nessun’altra donna aveva saputo offrirgli. Avrebbe voluto sposarla e condurla a vivere nella propria casa di campagna. Non era un capriccio il suo, ormai era diventata una vera ossessione.
Le volte in cui stavano appartati fra le piante di gaggie, lungo l’argine del fiume, Egidio la implorava d’abbandonare il marciapiede per andare a vivere con lui, prospettandole una vita da signora. A lungo Nadja aveva ignorato le attenzioni di Egidio dedicandosi a fargli raggiungere l’orgasmo celermente, infilandogli persino un dito nel culo.
La sera in cui Nadja aveva succhiato il cazzo ad Egidio senza stenderci sopra il preservativo, ingoiando lo sperma che fuoriusciva in grande quantità dalla cappella, l’uomo capì che stava nascendo un’altra storia fra loro. Si lasciò baciare dalla donna che spostò il liquido lattiginoso, appena ingoiato, dalla propria bocca a quella del compagno.

Nadja era cresciuta in piccola fattoria nelle campagne della Bosnia Erzegovina. I genitori, raccontò ad Egidio, si affaticavano tuttora nel lavoro dei campi, presso la cooperativa agricola di cui facevano parte, ricavandone lo stretto necessario per vivere. Era espatriata clandestinamente fuggendo da casa insieme con altre ragazze che come lei avevano rincorso l’illusione di lavorare da fotomodelle, abbagliate dai facili guadagni. Invece si era degradata a prostituirsi pagando un affitto al racket che deteneva i diritti del tratto di marciapiede dove batteva.
Egidio era padrone di un podere di cinquanta biolche. Il sito, lavorato con colture di tipo biologico, era ubicato ad una decina di chilometri dalla città, sulle prime colline. Viveva in modo solitario da quando erano deceduti gli anziani genitori. Da poco aveva superato i quarant’anni e soffriva di solitudine. Avrebbe potuto risolvere il problema già da qualche anno, affidandosi ad un’agenzia matrimoniale, come avevano fatto molti suoi coetanei che si erano sposati con femmine sudamericane mettendo al mondo creature con la pelle colore del cioccolato. Lui invece desiderava sposare Nadja.
Sborsò cinquanta milioni all’uomo che le faceva da protettore per lasciarla libera. E nella tarda primavera la ragazza andò a vivere nella casa d’Egidio sulla collina.
Nadja sembrò trovarsi a suo agio nella piccola azienda agricola. Guidare il trattore New Holland da 90 cavalli, falciare l’erba nei campi, rivoltarla, imballarla e collocare le balle di fieno nella barchessa, al riparo dalla pioggia, erano dei lavori che eseguiva con passione, allo stesso modo con cui in passato aveva succhiato il cazzo ai clienti.
Nel lavoro era instancabile, si affaccendava con entusiasmo in ogni tipo di mansione prendendosi cura degli animali da cortile e di Wolf, il pastore tedesco che faceva da cane da guardia alla cascina. Egidio rimase sconcertato, in maniera positiva, dal modo in cui la ragazza era entrata in simbiosi con lui e con lo stile di vita della campagna.

L’estate trascorse apparentemente tranquilla. Egidio e Nadja facevano l’amore ad ogni occasione, specie nelle pause di lavoro. Lui desiderava avere dei figli e non usavano precauzioni per evitare una gravidanza. Per raggiungere l’obiettivo che si era prefissato aveva smesso di farsi succhiare il cazzo riversando tutto lo sperma nella figa di Nadja.

Gli acquazzoni di fine agosto misero fine all’estate e lasciarono posto all’autunno. Giunse il tempo della vendemmia e i banchi di nebbia velarono di grigio la pianura. A inizio novembre le giornate si fecero lunghe e noiose. Nadja cominciò a patire un certo disagio. Sembrava annoiata, nemmeno le frequenti visite in città parevano acquietarla.
Una mattina Egidio si svegliò di soprassalto e non trovò Nadja nel letto accanto a sé. Fu colto da una crisi di panico. L’assenza della donna era foriera di qualcosa di grave, pensò. Scese di corsa la scala che conduceva a pianoterra, ma in nessuna delle stanze c’era traccia della donna.
La casa era desolatamente vuota senza la presenza femminile di Nadja. Sulla cassapanca davanti alla porta di casa trovò una camicia di seta rosa, una delle tante che la donna era solita indossare quando andava a dormire. Egidio uscì nell’aia e iniziò a gridare il nome della donna, ma nessuno rispose al richiamo, solo il chicchirichì di un gallo.
In mutande, con ai piedi gli zoccoli, salì sulla Volvo Station Wagon parcheggiata sotto il porticato e prese la direzione della Via Emilia distante qualche chilometro dalla casa. Era sconvolto, non osava supporre che Nadja fosse fuggita senza una spiegazione. La prima cosa che gli passò per la mente fu d’andare a cercarla là dove l’aveva conosciuta; fra le puttane che battevano i marciapiedi del Ponte Romano.
Non trovò nessuna prostituta a presidiare le banchine ai margini della strada. Fece ritorno a casa a metà mattina dopo avere girovagato per tutta la città alla ricerca di una qualsiasi traccia.
Wolf, il pastore tedesco che faceva da guardia alla cascina, lo accolse abbaiando. Nadja non era in casa. Entrando in camera notò sul comodino, dalla parte dove lei dormiva, un bicchiere di vetro con a fior d’acqua la dentiera della donna. Allora capì cosa era successo e fu certo che sarebbe tornata.

BETTY

Bettyboop aveva fatto la sua comparsa sul newsgroup it.sesso.racconti di soppiatto, postando due racconti nel volgere di una sola settimana, dopodiché era scomparsa lasciando dietro sé una odorosa scia di sensualità. Era ricomparsa qualche mese più tardi, all’inizio dell’estate, riprendendo a deliziarmi con storie impudiche e sonetti licenziosi.
Betty utilizzava l’account di posta elettronica lillian62@yahoo.it. Questo tipo di utenza, al pari dei suoi racconti, aveva attirato la mia curiosità. Ero impaziente di conoscere chi si celava dietro l’indirizzo di posta elettronica. Di sicuro doveva trattarsi di una donna, ma chi era ’sta Betty brava ad accendermi di calore la fica ogni volta che mi mettevo a leggere uno dei suoi racconti?
Lillian, il nome d’utenza utilizzato nell’account di posta elettronica, pareva essere il suo nome di battesimo. Ma quel numero 62, collocato subito dopo, cosa stava a significare? Oh, sì, avrebbe potuto indicare la data di nascita. Infatti, pareva assai poco probabile che Betty avesse 62 anni, perlomeno questo era ciò che pensai. Tutto sommato la tesi più plausibile, quella a cui diedi maggiore credito, era che avesse confezionato l’account in quel modo per indicare la data di nascita: il 1962. Sì, ne ero certo, doveva essere questa la ragione vera.
Betty aveva tutta l’aria d’essere una donna straordinaria. Ricca non soltanto di talento, ma dotata di una notevole carica sessuale. Una femmina insaziabile! Ecco come me l’immaginavo Bettyboop. Una donna assatanata di sesso, col bernoccolo del ballo sudamericano, e vogliosa di farsi scopare dal primo lurker che l’avrebbe magnificata riempiendola di elogi.
Concentrandomi nella lettura dei suoi racconti avevo tratto l’impressione che fossero autobiografici. Ma esisteva pur sempre la remota possibilità che fossero frutto della sua fantasia, cosa di cui dubitavo. Erano racconti lussuriosi, amari e ironici, quelli che produceva traendo spunto dalla vita quotidiana, soffermandosi nel raccontare particolari di relazioni sentimentali, per lo più finite male, che parevano essere state vissute da lei medesima.
Seppure con qualche perplessità avevo raggiunto il convincimento che doveva trattarsi di una donna non più giovanissima. Magari di una insegnante liceale, bisbetica, dal carattere stravagante, litigiosa e difficilmente contentabile; sessualmente per intenderci. Una zitella, non troppo giovane, con l’hobby della scrittura erotica: ecco come me la immaginavo Bettyboop. Ma se le avventure che narrava con tanta ricchezza di particolari, erano autobiografiche, come le percepivo a pelle, allora doveva trattarsi di una gran bella fica, pur se un poco stagionata.
C’era la remota possibilità che il numero 62 stesse a significare una qualsiasi altra cosa oltre all’età. Magari la misura, espressa in centimetri, della circonferenza dei fianchi, oppure il numero civico della sua abitazione, hem… chissà!
Avevo preso in considerazione anche un’altra ipotesi. Infatti, invertendo le cifre 6 e 2, si poteva ottenere il numero 26. Una congettura piuttosto ardita, ma non da scartare poiché Betty avrebbe potuto essere una donna giovane, anche se questa eventualità pareva assai remota. La più plausibile delle ipotesi, quella degna di attendibilità, era che Bettyboop avesse 42 anni al momento di effettuare l’account di posta elettronica. L’età giusta per congiungersi con una troia come me, pensai, dal momento che potevo vantare qualche anno più di lei.

Le sue doti di scrittrice e la complessità delle storie raccontate, molte delle quali narrate producendosi nell’uso della prima persona, l’avevano posta all’attenzione degli autori maschi, anche dei più attempati che frequentavano il newsgroup it.sesso.racconti, ma soprattutto degli indistinti lurker che l’avevano presa di mira bombardandola di missive all’indirizzo di posta elettronica, come ebbe a confessarmi in seguito. Ma non c’erano solo fans uomini a ronzarle d’intorno come cani da trifola riempiendola di elogi. Anche le donne cominciarono a circuirla, ravvisando nelle disavventure amorose della protagonista dei suoi racconti molte delle proprie traversie d’amore, cercando in lei solidarietà femminile e qualcosa d’altro.
Negli anni di frequentazione del newsgroup – it.sesso.racconti – avevo assistito a molte dispute sui modi di scrivere racconti erotici. Ne avevo tratto il convincimento che un racconto erotico è eccitante quanto più l’autore è abile nel raccontare storie facendole sembrare vere, attuali, magari facendo uso della voce narrante in prima persona per dare maggiore spessore e credibilità al racconto. Non è un caso che gran parte dei giovani autori che si affacciano sul newsgroup – it.sesso.racconti -, si affatichino nel fare precedere il testo del racconto con una prefazione in cui informano i lettori che si tratta di una opera autobiografica.

Betty era brava a scrivere, sapeva emozionare e coinvolgere il lettore affrescando storie ricche di amori e di cocenti delusioni. Pene d’amore sviscerate con profonde introspezioni psicologiche, ma condite con ironia e sarcasmo. Le storie che narrava con tanta maestria sembravano tutte vere, perlomeno ai miei occhi, senza nessuna eccezione. Mi eccitavo nel leggere le vicende da lei narrate di cui ero certa fosse ella stessa la protagonista.
Di frequente mi masturbavo interrompendo la lettura del brano. Seduta davanti al monitor, con lo schermo saturo delle sue parole, calavo le mutandine fino alle caviglie, sollevavo la gonna, e mi deliziavo nello strofinarmi il clitoride fino ad arrecarmi dolore. Lo facevo senza fretta, pigramente, pensando a lei, ed ai suoi occhioni neri che immaginavo essere simili a quelli della vera Bettyboop, quella del cartone animato. Proseguivo nel trastullarmi la fica fintanto che ero prossima a raggiungere l’orgasmo. Ero brava nel procurarmelo, socchiudevo le palpebre e fantasticavo sognando d’averla addosso, su di me, con la bocca affaccendata nel succhiarmi il clitoride, poi infilavo due dita nella fica e mi masturbavo fino a venire.
A volte mi succedeva di masturbarmi mentre ero in ammollo nella vasca da bagno, coperta da cristalli di schiuma fino al collo, intenta a leggere uno dei suoi racconti, che avevo provveduto a stampare su fogli di carta. Carezzarmi le tette, comprimere i capezzoli, penetrarmi fica e il culo con le dita, era quanto di meglio potessi fare mentre leggevo le storie da lei scritte.
Betty apparteneva alla ristretta schiera di autrici cui rivolgevo le mie attenzioni quando avevo voglia di masturbarmi. Nella frequentazione del newsgroup avevo conosciuto, seppure virtualmente, diverse autrici. Molte si mostravano compiaciute nell’esibire un proprio stile di scrittura, piuttosto che accendere di calore il cazzo degli uomini e la fica di chi come me ambiva a leggere racconti erotici per eccitarsi e in subordine imparare nuovi giochi amorosi da mettere in atto con i miei partner.
Non sempre chi è abile nell’affabulare favole, novelle, e storie comiche, è altrettanto bravo nel comporre racconti erotici. C’è chi lo fa compiacendosi di fare uso di vocaboli poco comuni, intrecciandoli fra loro con snobismo, senza darsi pensiero dell’aspetto erotico della storia, ma attento a stupire i lettori con frasi ridondanti e ampollose. Betty era una eccezione; i suoi racconti non erano enfatici e per niente pornografici, ma pur sempre dotati una raffinata carica erotica, in grado di farmi bagnare la fessura fra le cosce come nessun altra autrice sapeva fare.
Al contrario di molti autori di racconti erotici e lurker non le avevo mai scritto in privato, fatta eccezione per un messaggio di auguri natalizi, con allegata la foto di un dipinto del 700 che ritraeva due donne, nude a mezzobusto, affaccendate nel pizzicarsi i capezzoli, cui però non aveva avuto la compiacenza di rispondermi.
Qualche frecciatina, seppure scherzosa, ce l’eravamo scambiata a proposito della mia passione per il cinema francese, in particolare per quei registi: Truffaut, Rohmer, Leconte di cui ammiravo le opere cinematografiche. Ma quando le avevo fornito lo spunto per uno scambio d’idee, confidandole che avevo un debole per Dominique Sanda, Juliette Binoche e Anouk Aimee, aveva glissato preferendo non rispondermi.
Betty me l’ero immaginata identica ad Anouk Aimee. Elegante, di belle maniere, occhi profondi, e con un certo francesismo determinato dalle origini valdostane.
Detesto chi si comporta da leccaculo, spandendosi in complimenti, specie quando commenta un racconto scritto da un autore con un nick femminile. Ammetto di non essere cortese e smancerosa, ma sono così anche nella vita privata: insopportabile, lo so. Il più delle volte, commentando un racconto, mi lascio trascinare dalla franchezza e dico quello che penso col rischio di offendere chi sta dall’altra parte. In effetti, sono troppo critica con chi è capace di scrivere, mentre dovrei essere più morbida nell’esprimere commenti. So bene che la maggior parte delle donne preferisce essere blandita di complimenti, anche se il più delle volte ciò che scrive è di poco conto. Molte autrici sono persuase che i commenti, fatti da chi le lusinga con elogi ed apprezzamenti, siano genuini, invece fanno parte di un unico progetto di seduzione degli uomini. Molte donne preferiscono non tenerne conto, illudendosi che siano complimenti spontanei, solo perché hanno un dannato bisogno di essere gratificate da qualcuno, e sbavano per questo.

Con Betty mi ero comportata in maniera schietta dal primo racconto apparso sul newsgroup it.sesso.racconti. Lo avevo commentato facendole osservare delle distrazioni. Frasi a mio parere troppo lunghe che avevano bisogno di essere alleggerite con qualche virgola o dei punti, perché leggendo quelle righe il lettore rischiava di rimanere senza respiro. Col tempo la sua tecnica di scrittura era andata affinandosi. Smisi di commentare le sue storie, poi un giorno notai nella cartella della posta in arrivo una e-mail speditami da Betty.
La nostra amicizia è iniziata con quella lettera. Una simpatia fatta di confidenze, soprattutto da parte sua, e di confessioni intime. Aveva una grande voglia di aprirsi con qualcuno. Io, al contrario, mi ero ben guardata dal lasciarmi andare a rivelazioni sulla mia identità e la vita privata.
Se prima d’intrattenere un rapporto epistolare con Betty avevo preso l’abitudine di masturbarmi leggendo un suo racconto, dopo cominciai a farlo sprofondandomi nella lettura delle sue lettere che raggiungevano la mia casella di posta elettronica a getto continuo. In più di una occasione le avevo chiesto di spedirmi una sua fotografia per verificare se assomigliava per davvero ad Anouk Aimee, ma si era sempre rifiutata di farlo.

“Se ti va di conoscermi puoi venire di persona qui, a casa mia, allora ti toglierai ogni curiosità”, mi aveva suggerito in più di una occasione. L’estate scorsa, dopo tanti tentennamenti, sono andata a farle visita in Valle D’Aosta.
* * *

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L’autostrada A21 che da Piacenza conduce a Torino era affollata di autotreni. Allo svincolo per Alessandria imboccai la A26, in direzione del traforo del Monte Bianco, verso Chamonix e la Francia, ma non era lì che ero diretta. A quell’ora della mattina il traffico sulle due corsie di marcia straripava di automezzi. La giornata era uggiosa, guidavo la Panda con prudenza, ma avevo la testa da tutt’altra parte. Da un po’ di tempo Betty era il mio pensiero fisso, la prima cosa a cui pensavo al risveglio, ma forse sarebbe meglio dire che l’avevo dentro la testa ancora prima di aprire gli occhi.
Guidavo impigliata nei miei pensieri cercando di trovare le parole che con cui avrei dovuto esprimermi presentandomi davanti a lei. Insieme saremmo andate a Martigny, una cittadina ubicata in territorio svizzero, oltre il traforo del Gran San Bernardo. Lì avremmo fatto visita alla Fondazione di Pierre Giannadda, un museo bunker noto in tutta Europa per l’organizzazione di mostre di famosi artisti.
Stavolta l’esposizione estiva era dedicata a Kandinski, accreditato come uno degli iniziatori della arte astratta. Mi struggevo dalla voglia di riuscire a trascorrere la notte a Martigny con Betty anche se non avevo provveduto a prenotare la camera d’albergo, ma non sarebbe stato difficile trovarne una doppia.
Mentre viaggiavo in direzione di Aosta considerai la possibilità di scoparmela, ’sta Betty. Avevo la fica bagnata ed il clitoride turgido, e non vedevo l’ora di essere al suo cospetto.

Il bagliore provocato da una insegna luminosa, proveniente dall’altro lato della strada, filtrava attraverso le tapparelle della stanza da letto dell’albergo dove Betty ed io c’eravamo rintanate dopo cena. Avevamo trascorso l’intensa giornata insieme, stregate una dell’altra, prese dalla voglia di fare sesso. Betty era diversa da come me l’ero immaginata. Il suo nome non aveva niente a che fare con Lillian, l’account di posta elettronica con cui l’avevo identificata prima di conoscerla di persona. Vista da vicino era più interessante di quanto me l’ero immaginata.
Le mani scorrevano discrete sulle mie gambe risalendo con devozione fino alle cosce. I movimenti erano lenti, ripetuti, sempre identici. La carne mi ribolliva ed ero percorsa da intensi brividi che squassavano il mio corpo. Con la punta della lingua si soffermò a leccarmi la pianta dei piedi, solleticandoli, insinuandosi negli interstizi che separano le dita una dall’altra. Incominciò a succhiare l’alluce di un piede inglobandolo fra le labbra, succhiandolo come si trattasse di un enorme clitoride o di un piccolo pene. Continuò nella sua opera prendendosi cura anche delle altre dita riempiendomi di inaudito piacere. La fica mi si contraeva di continuo con degli spasmi. Mugolavo, eccome se mugolavo!

Ero posseduta da una dannata voglia di essere scopata e raggiungere al più presto l’orgasmo. Betty risalì con la lingua le cosce e la lasciò cadere sulla mia fica. Iniziò a leccarla tutt’introno, poi allargò le grandi labbra con le dita e stese la lingua sul foro della vulva intestardendosi nel penetrarmi con la estremità della lingua resa rigida. Proseguì nello scoparmi in quel modo a lungo, poi sollevò il capo e avvicinò la bocca alla mia facendomi dono di un tenero bacio. Le labbra in quanto morbidezza non avevano niente da invidiare alla mucosa della sua fica che avevo cominciato a toccare con le dita.
Betty cominciò a scoparmi nella bocca facendo uso della lingua, contraccambiai le movenze incrociando la mia lingua con la sua. Proseguimmo a baciarci rischiando di perdere conoscenza per la mancanza di ossigeno. Betty s’impadronì delle mie tette, traboccanti di eccitazione, e prese a solleticarmi i capezzoli. Lasciai che si prendesse cura del mio corpo, poi mi liberai della stretta delle sue mani, abbassai il capo, e lasciai cadere la lingua sopra il suo clitoride. Il bocciolo era turgido, gonfio, ed appetitoso. Lo scappucciai, poi iniziai a succhiarlo ingorda di quel prezioso frutto della natura. La risposta di Betty non si fece attendere, iniziò a tremare e a mugolare di piacere. All’apice dell’appagamento la penetrai con due dita nella fica e proseguii a scoparla in quel modo fintanto che raggiunse l’orgasmo. Un doppio orgasmo: clitorideo e vaginale.
Congiunte una all’altra col capo affossato nella fica dell’altra riempivamo di piacere le nostre bocche succhiandoci a vicenda il clitoride. Gli orgasmi si susseguirono a grappoli nel volgere di pochi secondi. Proseguimmo a spremerci il clitoride fino allo sfinimento, appagate dal piacere che sapevamo donarci reciprocamente. Le sue tette, sode, ma meno voluminose delle mie, stavano a contatto del mio addome e le percepivo alzarsi e abbassarsi mentre succhiava il clitoride con le labbra. Mi divincolai dal suo abbraccio e presi a leccarle le tette tutt’intorno dedicandomi a mordere all’areola dei capezzoli, poi li succhiai uno ad uno fino a quanto disse: basta!

Prima di raggiungere l’apice del piacere le allargai le cosce, divaricandole, poi incrociai le gambe fra le sue ed inizia a sfregare il clitoride, ritto e turgido, contro il suo e presi il sopravvento su di lei comandando una danza erotica che ci condusse, liberate da ogni ritegno, a un tipo di piacere che bene conoscevo.
Restammo sveglie per tutta la notte a fare l’amore, allietate dalla presenza di una luce azzurrina che penetrava nella camera dall’insegna luminosa affissa alle pareti dello stabile all’altra parte della strada. Il giorno dopo tornammo in Italia, ma questa è un’altra storia…

CUGINI

La caffetteria dalle vetrate turchese, all’angolo di Via Stendhal, dove Benvenuto ed io eravamo soliti incontrarci, non esiste più. Rosa e Armando, gli anziani coniugi che da tempo memorabile gestivano il locale, hanno alienato l’intero stabile di cui erano proprietari piuttosto che adeguare l’esercizio pubblico alle norme di sicurezza emanate dal Comune.
Ero venuta a conoscenza del cambio di destinazione della caffetteria durante una delle mie rare rimpatriate in città. I nuovi proprietari si erano fatti carico della ristrutturazione dell’immobile, trasformando la caffetteria in un ristorante-pizzeria, privando la città di un pregevole locale in stile liberty denso di tradizioni come il Caffè Cavour.
A renderlo speciale non era solo la tipicità dei prodotti messi in vendita e nemmeno l’arredo, ma piuttosto le storie d’amore, cominciate, maturate e terminate fra le volte della caffetteria. Intere generazioni avevano flirtato ai tavoli del locale.
Nei pomeriggi d’inverno, Benvenuto ed io, eravamo soliti soffermarci al primo piano della caffetteria e crogiolarci nel nostro amore lontani da sguardi indiscreti. Gustare una cioccolata in tazza, sorseggiare un tè aromatizzato alla vaniglia, era quanto di meglio la signora Rosa poteva offrirci. Ma non disdegnavamo la crema pasticcera con cui farciva i bignè, le praline di cioccolata e i tranci di torta alla frutta che eravamo soliti consumare durante gli incontri.
L’antica volta di marmo, dalla cui porta si accedeva al ristorante, era una delle poche cose rimaste intatte nella facciata dell’edificio dopo la ristrutturazione. Una ingombrante insegna al neon di colore azzurro, somigliante al corpo di una sirenetta, sovrastava la porta d’ingresso su cui risaltava la scritta: “Pizzeria da Salvatore – Specialità Marinare”.
Nell’avvicinarmi all’edificio fui assalita da uno sgradevole odore di fritto. Proveniva dalle finestre della pizzeria, congiuntamente agli schiamazzi degli avventori che a quell’ora della sera affollavano il locale.
La caffetteria aveva aperto i battenti nei primi anni del novecento. Per cento anni, fino al momento della chiusura, aveva mantenuto intatto l’arredo in stile liberty con cui era stata inaugurata. I parmigiani consideravano il locale il luogo ideale per fare conversazione e consumare una bevanda calda in assoluto relax. Benvenuto ed io eravamo soliti prendere posto allo stesso tavolo. Uno di quelli con il piano di marmo rosa e i treppiedi di ferro battuto. Le pareti della stanza, affrescate in stile floreale, erano impreziosite dalla presenza di antiche fotografie, per lo più ingiallite, incastonate dentro preziose cornici di radica di noce, che ritraevano scorci della città e ritratti di uomini e donne in posa.
Accostai il viso all’inferriata di una finestra che si affacciava nella strada. Mi trovai a scrutare, di nascosto, l’interno della pizzeria. Il locale era diverso da come lo ricordavo, e non solo a causa dei lavori di ristrutturazione che ne avevano mutato la struttura. Gli schiamazzi, la confusione, le risate, conferivano al ristorante un’atmosfera ordinaria rispetto a quella raffinata che aveva contraddistinto la caffetteria tempo addietro. Erano trascorsi dieci anni dall’ultima volta che ci avevo messo piede. Dopo sposata ero andata a vivere a Roma e negli sporadici ritorni in città non mi ero mai avvicinata alla caffetteria.
A Parma ero giunta nel primo pomeriggio, in treno, da sola, senza la compagnia di mio marito rimasto a Roma ad accudire i nostri due figli impegnati con la scuola. Avevo preso alloggio all’Hotel Aida, in pieno centro cittadino, intenzionata a trattenermi in città per una sola notte, dopodiché sarei ripartita una volta sbrigate le pratiche notarili riguardanti un’eredità lasciatami da zia Rosa, deceduta poche settimane prima.
La lettura del testamento era stata fissata nella prima mattina, obbligandomi a lasciare la capitale con largo anticipo per essere presente alla apertura del testamento ed espletare le pratiche notarili insieme agli altri parenti.
L’interno del ristorante era bene illuminato. Alle pareti trovavano posto alcune reti da pesca intrecciate e dei quadri ad olio con delle nature morte. I tavoli erano affollati di gente. Il chiasso era eccessivo anche per una pizzeria. Non avevo voglia di cenare in un locale siffatto, ma ero curiosa di visitare il resto del ristorante per constatate di persona com’era cambiata la stanza in cui Benvenuto ed io eravamo soliti incontrarci.
Mi scostai dalla grata e mi avvicinai alla volta di pietre e sassi su cui faceva bella mostra l’insegna al neon della sirenetta, poi entrai nella pizzeria. Rimasi sorpresa dall’andirivieni di camerieri che si spostavano con rapidità da un tavolo all’altro sorreggendo vassoi, tondi e fruttiere di ogni tipo. Uno di loro mi venne incontro e si rivolse a me.
- Quanti siete? – disse con un accento napoletano.
- Sono sola.
- Ah… bene, mi segua.
- Ma… veramente gradirei prendere posto al piano superiore. E’ possibile?
- Penso di sì.
Lo seguii dappresso attraverso la sala fino a raggiungere la scala che conduceva al piano superiore. I gradini in cotto, consumati nella parte centrale, erano gli stessi che avevo calpestato anni prima, a dispetto del resto del locale che aveva subito profonde trasformazioni.
- Le va bene qui? – disse indicando un tavolo quadrato, apparecchiato per due persone, accanto a una delle finestre che si affacciava nella strada.
- Vorrei sedermi là. – dissi indicando un tavolo all’estremità della sala, nello stesso punto dove ero solita incontrarmi con Benvenuto.
- Sì, certo, non c’è problema.
Mi accomodai al tavolo e il cameriere mi porse la custodia in similpelle che conteneva la lista del menù.
- Non importa, non ne ho bisogno. Desidero che mi porti una pizza margherita e una lattina di chinotto.
- Provvedo immediatamente.
Mi sentivo particolarmente eccitata, ma sapevo bene qual era l’origine di tanta inquietudine.
L’indomani mattina dal notaio, insieme agli altri parenti, ci sarebbe stato anche lui: Benvenuto. Ancora non sapevo come avrei reagito trovandomelo di fronte. Chissà se era cambiato dall’ultima volta che c’eravamo visti. Di lui serbavo il ricordo di ogni tratto del viso: la forma della bocca, il naso bitorzoluto, le labbra sporgenti, i capelli… e il cazzo… sì, il cazzo, proprio il cazzo. Il suo bellissimo cazzo!
Benvenuto ed io siamo cugini di primo grado ed abbiamo la stessa età: trentacinque anni. Siamo cresciuti a stretto contatto, poppando il medesimo latte dalle mammelle di mia madre che, a differenza della sua, ne aveva in abbondanza. Da bambini avevamo trascorso intere giornate insieme, giocando, applicandoci nell’apprendimento scolastico, piangendo e ridendo. Gli anni dell’adolescenza li avevamo consumati come fratello e sorella, ma il nostro rapporto con l’andare del tempo si era trasformato in qualcosa di diverso.
E’ stato lui a privarmi della purezza. Mi deflorò in un arroventato pomeriggio d’estate nel cesso della caffetteria dove eravamo soliti incontrarci. Sosteneva che non gli bastava che gli succhiassi il cazzo come avevo cominciato a fare da parecchio tempo. Desiderava possedermi ed io gli diedi un segno tangibile del mio amore donandogli ciò che avevo di più prezioso: la mia verginità, e non me ne sono mai pentita.

La pizza che il cameriere mise sul tavolo aveva i bordi bruciacchiati. Servendomi di forchetta e coltello asportai la parte abbrustolita e cominciai a cibarmi della sottile pasta condita con abbondante olio d’oliva, pomodoro e mozzarella.
Il sapore era buono, anche se per i miei gusti la pasta era un po’ troppo cotta. Fra un sorso di chinotto e un trancio di pizza mi ritrovai a pensare a mio cugino.
Benvenuto ed io avevamo frequentato lo stesso liceo. Per alcuni anni eravamo persino stati compagni di classe. Quando rimase bocciato al passaggio del quarto anno le nostre strade sembrarono dividersi, invece da lì ebbe inizio la nostra relazione amorosa.
Prima d’allora non eravamo soliti frequentarci. Entrambi avevamo realizzato nuove amicizie e le nostre vite sembravano avere preso strade diverse. Eppure, ripensandoci bene, un episodio anticipatore di ciò che sarebbe accaduto c’era stato.

Mentre sorseggiavo un sorso di chinotto ricordai che da bambini, i nostri genitori, in occasione di una festa di carnevale, ci fecero indossare gli abiti di Renzo e Lucia protagonisti dei Promessi sposi.
Un morso ad un trancio di pizza fu l’occasione per ripensare al primo bacio che c’eravamo scambiati. Accadde al cinema, mentre assistevamo alla proiezione di Pretty Woman, un film patetico e sentimentale con protagonisti Richard Gere e Julia Roberts. Una vera cagata.
Ero stata io a chiedergli d’accompagnarmi al cinema quel pomeriggio. Nel giro delle mie amiche ero la sola a non averlo visto. A tutti i costi non volevo perderlo così chiesi a Benvenuto di tenermi compagnia per non andare al cinema da sola.
Durante una delle scene strappalacrime mi ritrovai stretta a lui in cerca di un poco di protezione, invece Benvenuto ne approfittò per baciarmi. Si trattò di un timido bacio, labbra contro labbra, un gesto sfuggente, molto breve. A quel tempo avevo poco più di diciassette anni e avevo conosciuto solo brevi amori. Flirt nati sui banchi di scuola con compagni di classe, un po’ di petting e nulla più.
Il turbamento che mi provocò il contatto delle sue labbra fu tale che nei giorni successivi evitai d’imbattermi in Benvenuto e lo stesso fece lui.
Mi vergognavo per quanto era accaduto. Avvertivo un forte senso di colpa, frutto di un’educazione bigotta che mi faceva sembrare peccaminoso ciò che il mio corpo percepiva come naturale.
Cercai in tutti i modi di rimuovere dalla mente l’episodio di cui ero stata protagonista, ma ero affascinata dall’eventualità che potesse ripetersi quell’abbraccio.
Smisi di pensare a Benvenuto come ad un cugino. Ero turbata dalla bellezza del suo corpo, delle spalle larghe, dai pettorali sporgenti e le cosce muscolose. Una forza nuova dominava la mia mente e non sapevo come sottrarmi dal pensare sempre più spesso a lui.
Qualche settimana più tardi Benvenuto mi bloccò nei locali dei servizi igienici della scuola. Stavo fumando una sigaretta in compagnia di alcune amiche quando mi prese da parte e mi trascinò dentro la porta di un cesso. Nemmeno una parola gli uscì dalla bocca. Mi sospinse contro una parete, dopodiché posò le labbra sulle mie. Non mi scostai e lasciai che la sua bocca deformasse la mia, ma quando la punta della lingua cercò d’insinuarsi in profondità serrai i denti impedendogli di penetrarmi.
Benvenuto non si perse d’animo. Ansimava e boccheggiava eccitato dall’essere a contatto con il mio corpo, ma anch’io ero eccitata, anzi, lo ero più di lui, e cercavo in tutti i modi di nasconderglielo. Condusse le mani sotto il bordo del maglione e raggiunse con le dita le tette. Cominciò a carezzarmi i capezzoli che avevo turgidi e pieni di desiderio. Avevo il cuore in gola, tanto ero nel pallone, e non mi ribellai. Lo abbracciai e spalancai la bocca lasciandola alla mercé della sua lingua.
A quel tempo non portavo il reggiseno. Ero magra ed avevo le tette piccole, a calice. Le rare volte che mi capitava di indossarlo infilavo una seconda misura. Soltanto qualche anno più tardi i miei seni mutarono d’aspetto: accadde quando rimasi incinta.
Rimasi piacevolmente turbata dal contatto delle mani sulle tette. Prima d’allora a nessun altro avevo permesso di toccarmi in quel modo, con lui invece tutto sembrò naturale. Avevo le tette gonfie i capezzoli turgidi e la figa che faceva le capriole. Continuammo a baciarci scambiandoci un mare di saliva dalle nostre bocche, fintanto che la campanella dell’intervallo pose fine alla ricreazione interrompendo il nostro convegno amoroso. Mi ricomposi e poco dopo rimisi il muso fuori dal cesso con lui dietro di me.
“Ma che hai per essere così sconvolta” domandarono all’unisono le mie amiche quando feci ritorno da loro “Niente… niente. Affari di famiglia” dissi sciogliendomi in lacrime.
La nostra storia ebbe inizio quella mattina, nei bagni della scuola, ed è proseguita per parecchi anni fintanto che ho sposato Giorgio e sono andata a vivere a Roma.

Una coppia di fidanzatini, seduti ad un tavolo accanto al mio, si scambiarono qualche timido sorriso mentre consumavano la pizza. Lui le sfiorava il dorso della mano e l’accarezzava voluttuosamente. Lei contraccambiava il gesto guardandolo teneramente negli occhi. Ripensai al modo rozzo con cui Benvenuto era solito rapportarsi con me. M’irritava il modo che aveva di parlare ad alta voce quando ci trovavamo a camminare per la strada. E poi ero in imbarazzo se mi prendeva sotto braccio tornando da scuola. Gli ripetevo che non doveva farlo, ma lui sembrava non farci caso e si prendeva gioco di me. Ma quando mi arrabbiavo per davvero e gli facevo una ramanzina, allora gli compariva sulle guance un certo rossore, ma non riuscii mai a capire se era pudore, vergogna o rabbia la sua.
Benvenuto era un tipo fedele. Per lui esistevo solo io. Spesso gli domandavo: “E se un giorno ti tradissi?”. Tutte le volte rispondeva: ” Ti mollerei”. E così è successo.
La nostra storia era stata tormentata. Mi affascinava il piacere fisico che sapeva infondermi. Ero stregata dai suoi modi, percepivo la sconfinata voglia di trasgressione che albergava in lui. Una voglia capace di produrmi continui sconquassi ormonali e liquefarmi la figa. L’amore, quello vero, plasmato di sentimenti e non solo di attrazione fisica e passione sopraggiunse molto tempo più tardi, dopo che già avevamo preso conoscenza dei nostri corpi.
Qualche giorno dopo che c’eravamo scambiati i primi baci nei servizi igienici della scuola, Benvenuto insistette per accompagnarmi fino a casa. Lo faceva spesso, e non feci troppo caso alla sua richiesta, ma in quella occasione feci conoscenza per la prima volta del suo cazzo.
Accadde nello scantinato del condominio dove abitavo. Stavo risalendo insieme a lui i gradini della scala che dalla cantina conduceva all’androne d’ingresso, al piano dell’ascensore, quando mi sussurrò all’orecchio:
” Un ultimo bacio… dai, uno solo! ” Con una certa riluttanza tollerai che mi baciasse senza contraccambiare il suo slancio. Avevo paura che qualcuno ci vedesse e non vedevo l’ora di risalire le scale per tornare a casa. Lui, al contrario, sembrava godere nel vedermi riottosa. Mi prese la mano e la guidò sulla patta dei pantaloni. Altre volte mi era capitato di avvertire la protuberanza del suo cazzo accostato al mio corpo, ma non avevo ancora assaporato il contatto diretto con le mie mani. Mi sentivo in imbarazzo, era la prima volta che accostavo le dita ad un cazzo.
Benvenuto mi fece da istitutore trascinandomi la mano sopra la stoffa dei pantaloni facendomi accarezzare la sporgenza che aveva fra le cosce. Abbassò la cerniera dei jeans e mise il cazzo nella mia mano.
Era grosso e duro più di quanto me l’ero figurato nella mente. Imbarazzata mi divincolai dalla stretta e scappai lasciando Benvenuto con un palmo di naso.
Mi piaceva masturbarlo, provavo soddisfazione nel farlo venire alla svelta. Lui invece si arrabbiava, avrebbe desiderato prolungare all’infinito il piacere che sapevo dargli, ma facevo di tutto per farlo sborrare rapidamente.

I nostri incontri erano marchiati dalla folle paura di essere scoperti mentre ci baciavamo o scambiavamo frasi affettuose. Sono convinta che la gente ci avrebbe fatto segno di scherno reputando il nostro rapporto incestuoso.
I cinema di periferia divennero i nostri rifugi pomeridiani. Nel buio delle sale dei cinematografi potevamo baciarci impunemente, abbandonandoci a esplorare i nostri corpi. Un pomeriggio, mentre nel buio della sala stavo masturbandolo, mi prese il capo con la mano e mi sospinse la bocca sulla cappella, poi disse:
“Succhia!”
Non opposi resistenza, ero sorpresa dal fatto che avesse aspettato così tanto tempo a chiedermelo; non desideravo altro.
Approfittando del buio della sala e delle rare persone che riempivano la platea, m’inginocchiai ai suoi piedi e incomincia a spompinargli il cazzo. Nell’attimo in cui la cappella mi trapassò le labbra mi sembrò enorme. Allargai la bocca e cominciai a succhiare. Mi sentivo goffa e impacciata. Sprovveduta com’ero non riuscivo a capacitarmi se i movimenti delle labbra, strette attorno al cazzo, gli stessero provocando piacere.
“Dai succhia… succhia… non smettere” – mi supplicò.
Incominciai a fare scorrere le labbra attorno al cazzo irrorandolo di saliva. Se Benvenuto godeva io appagavo i miei sensi sorbendo il cazzo fino a togliermi il respiro. Il mio primo pompino ottenne un risultato eccezionale, ne fui così entusiasta che nei giorni successivi non riuscii a togliermi dalla testa la cappella che con tanto piacere avevo stretto fra le labbra.
Benvenuto mi sborrò nella bocca dopo poco tempo che glielo succhiavo. Deglutii lo sperma e rialzandomi lo baciai rimettendogli dentro la bocca quello che gli avevo preso poc’anzi dal cazzo.
I nostri incontri erano fugaci, di breve durata, non volevamo destare sospetti fra le persone che ci stavano intorno, per questa ragione la Caffetteria Cavour divenne il luogo preferito dei nostri appuntamenti. Per non dare adito a pettegolezzi andavamo in giro carichi di libri fingendo di recarci lì per studiare.
Quando ero lontana da Benvenuto mi sentivo uno straccio. Ero angosciata, piena di rimorsi e sensi di colpa, e con tanta paura addosso. Uno stato di malessere che a volte si manifestava con vertigini, capogiri, sudorazione intensa e senso di oppressione al torace. Causa di questa afflizione era lui: Benvenuto.

- Desidera qualcos’altro? – chiese il cameriere mentre mi toglieva il piatto da sotto
- Un caffè, un dolce… un gelato?
- Sì, grazie, mi porti una coppa di gelato.
- Alla frutta va bene?
- Sì… direi propri di sì.
Seguii l’incedere del cameriere mentre si allontanava. La porta dei bagni si trovava all’altro lato della stanza vicino alla scala. Era lì che anni addietro avevo lasciato la mia verginità.
Festeggiai in quel modo la promozione all’esame di maturità. Prima di allora mi ero rifiutata di concedere la figa a Benvenuto.
Non volevo scopare perché mi ero fissata che scopando sarei rimasta incinta. In alternativa Benvenuto mi aveva proposto di prendermi di dietro, nel culo, ma non ne avevo voluto sapere. Mi faceva ancora più paura subire questo tipo di sodomia. La mia inquietudine traeva origine dal terrore che avevo di mettere al mondo un figlio handicappato perché concepito da parenti consanguinei. Questo tipo di preoccupazione non era campato in aria, né frutto della mia immaginazione, la scienza stessa sosteneva l’eventualità, seppure remota, di anomalie nel feto.
Perdere la verginità fra le maleodoranti mura di un cesso non fu per niente romantico, ma nella vita di ciascuno ci sono momenti in cui si compiono scelte irrazionali e quella fu una di queste. Ricordo che avevo una dannata paura che mi sborrasse nella figa, neanche il preservativo si era portato dietro, il coglione.
Quando mi deflorò mi fece un gran male, perlomeno questo è il ricordo che mi porto appresso di quella prima esperienza. Le volte successive, invece, imparai a godere del suo cazzo e lui della mia figa.
Da quel giorno incominciai ad aspettare con ansia l’avvicinarsi del periodo mestruale, anche se ad ogni scopata avevo l’accortezza di fargli usare il preservativo. Un prolungato ritardo del mestruo di una quindicina di giorni mi fece pensare d’essere incinta. Fino ad allora ero sempre stata regolare nel ciclo, sballando di qualche giorno avanti e indietro. Quel ritardo mi mandò in crisi. Il ciclo mestruale tornò ad essere normale e il ginecologo diede la colpa del ritardo al cortisone che avevo assunto per un intero mese per curare un’allergia da polline.
In più di un’occasione le mie amiche mi chiesero ragione del comportamento che tenevo con gli uomini. Infatti, respingevo di continuo le avance dei numerosi spasimanti che m’invitavano ad uscire in loro compagnia. Alcune amiche cominciarono a sospettare che fossi lesbica.
Ero cosciente che il rapporto con Benvenuto non sarebbe durato a lungo e incominciai a tradirlo. Lo facevo di nascosto, per mettere alla prova me stessa e il rapporto che mi legava a lui, ma quello che sapeva darmi Benvenuto nessun altro uomo riusciva a darmelo.
Il giorno che scoprì che avevo una storia con il mio attuale marito non volle più saperne di me, anche quando inginocchiata ai suoi piedi lo supplicai di recedere dalla sua decisione, ma lui non diede ascolto alle mie parole.

Mi allontanai dalla pizzeria nel momento in cui l’orologio che portavo al polso segnava le dieci e qualche minuto. Lasciai alle mie spalle l’ex caffetteria e il mio passato. Il mattino seguente, poco prima delle undici, mi presentai nell’ufficio notarile vestita in maniera compassata, adatta alla cerimonia. Indosso avevo un tailleur blu, camicetta bianca e scarpe nere con tacchi bassi. I capelli gli avevo acconciati con la riga in mezzo e tirati all’indietro con due strisce lisce che mi ricoprivano le orecchie. Ad attendermi negli uffici del notaio c’erano i miei parenti, tra loro anche Benvenuto. Abbracciai tutti e per ultimo salutai anche lui.
- Ciao… – disse aprendosi in un cordiale sorriso.
- Ciao. – risposi imbarazzata.
- Come va?
- Bene, e tu?
- Anch’io.
Entrambi eravamo a disagio, confusi, ma proseguimmo a conversare amichevolmente scambiandoci solo frasi molto banali. E pensare che non ci vedevamo da dieci anni. Io, invece, avevo tante cose da dirgli. Lui non era cambiato, ai miei occhi appariva affascinate come e più di dieci anni prima. Ancora una volta la sua vicinanza mi provocò un notevole sbatacchiamento ormonale. Il notaio andò avanti a leggere il testamento della zia trascinandosi per le lunghe. Dopo avere espletato le formalità di rito, ci fece firmare una serie di documenti e mi ritrovai libera di fare ritorno a Roma.
Scendendo le scale del palazzo dove aveva sede l’ufficio notarile, udii la voce di Benvenuto alle mie spalle.
- Beh, te ne vai via così?
Imbarazzata arrestai il passo e mi girai verso di lui
- Ho fretta vorrei prendere il primo Intercity che parte per Roma ed essere a casa prima di notte.
- Neanche un caffè ti va di prendere insieme a me?
- Beh, no, ma… dai, vada per il caffè.
Mi prese sottobraccio e al suo fianco discesi le scale fino in strada, poi mi divincolai dalla stretta.
- Manca poco all’ora di pranzo ti va di consumarlo insieme a me?
Diedi una sbirciata all’orologio. Mancava poco all’una ed assentii. C’incamminammo per Via Garibaldi con l’intenzione di entrare in una delle tavole calde che si affacciano lungo la strada. Dopo pochi passi incappammo in un self-service e ci finimmo dentro.

Un bailamme di gente infestava il locale. Ci sistemammo in coda alle persone che stavano in piedi, con il vassoio stretto nella mano, dinanzi ai portavivande dove le addette alla ristorazione provvedevano a distribuire il cibo.
- E’ la prima volta che mi capita di venire a pranzo in un self-service. – dissi.
- C’è una prima volta per tutto. – suggerì Benvenuto.
La risposta mi diede l’impressione d’essere sibillina, ma non ci feci troppo caso. Presi un primo piatto con del risotto alla milanese e un contorno d’insalata. Benvenuto, invece, riempì il vassoio con un piatto di spaghetti al pesto, una braciola e delle patate fritte. Ci accomodammo ad un tavolo d’angolo e posammo i vassoi sul ripiano.
- Ti spiace vado in bagno. Ho bisogno di fare la pipì. – dissi.
- No, fai pure. Ci vengo anch’io, ho bisogno di lavarmi le mani.
Attraversammo la sala e infilammo il locale dei servizi igienici. Lasciai Benvenuto davanti alla toilette degli uomini e oltrepassai la soglia di quella per le donne. Poco dopo mi trovai chiusa fra le mura del gabinetto. Abbassai le mutandine per pisciare, prima però accostai due strisce di carta sul water di maiolica e solo allora lasciai che l’urina defluisse dalla vescica.
Stavo pisciando quando sentii bussare alla porta.
- Occupato! – dissi.
Dall’altra parte qualcuno seguitò, imperterrito, a battere il pugno sulla porta con insistenza senza desistere.
- Occupato! – ripetei ancora.
- Sono io, apri!
Mi sentii smarrita. Non sapevo come comportarmi, conscia di ciò che sarebbe potuto accadere se avessi aperto la porta.
- Dai, apri, non fare la scema.
Tolsi il chiavistello e lasciai che Benvenuto si ficcasse dentro. In un attimo mi fu addosso e mi riempì di baci. Non opposi resistenza, lo lasciai fare aprendomi a lui e all’opprimente desiderio che avevo di essere scopata dal suo cazzo.
- Togli tutto! – ordinò.
Mi liberai del tailleur e della camicia e restai in mutandine. Benvenuto infilò la mano nel tessuto di pizzo, con le dita mi raggiunse il pube e accarezzò la figa. Ebbi un sussulto e subito dopo un altro ancora, poi tutto il mio corpo fu percorso da brividi. Seguitò a carezzarmi le labbra della figa con le dita, delicatamente, soffermandosi a strofinare il bocciolo del clitoride, poi introdusse due dita nella fessura e cominciò a scoparmi. Le sue labbra sapevano di vissuto, mi penetrò con la lingua dentro la bocca e mi sciolsi.
Avevo la figa bagna fradicia. Ci sapeva fare con le dita. Oh, sì che ci sapeva fare! Non c’ero più abituata ai suoi modi.
Ripresi a tremare in tutto il corpo e gli rifilai un morso sul collo addentandolo con tutta la forza che avevo addosso. Urlò e mi sollevò da terra, poi mi spinse con la schiena contro il muro tenendomi sollevata da terra con le gambe incrociate sul suo bacino. Con il cazzo si aprì un passaggio fra le mie cosce mentre continuavo a morderlo dietro il collo. Dopo un po’ di tempo che mi scopava si mise seduto sulla tavolozza del water e mi ritrovai con le natiche appoggiate sulle sue ginocchia.
Mi stupì quando affermò:
- La mia vita non ha senso senza di te. Mi manca il tuo amore.
Non risposi, non avrei potuto dirgli quello che anch’io provavo per lui. Afferrai il cazzo nella mano e lo infilai di nuovo nella figa, poi cominciai a roteare il bacino muovendolo avanti e indietro. Il cazzo aveva fatto presa alle pareti della passera regalandomi un incommensurabile piacere che nessun altro uomo aveva saputo darmi.
L’orgasmo sopraggiunse fulmineo, inaspettato. Una forte sensazione di calore mi partì dal basso e mi esplose nella testa scuotendomi il corpo. Rimasi incollata a lui che imperterrito continuò a scoparmi senza mai desistere, godendo di quanto gli offriva il mio corpo.
L’acme del piacere giunse anche per lui poco dopo.
- Vengo… vengo… vengo… – gridò.
- Sì … sì… sì…
L’orgasmo sopraggiunse insieme al mio e ci trovò abbracciati. Benvenuto mi sborrò nella figa ed io non mi levai via lasciando che il seme risalisse dentro di me.

Arrivai alla stazione poco prima del sopraggiungere dell’Intercity con cui feci ritorno a Roma. Giunsi a casa poco dopo la mezzanotte. I bimbi dormivano, mio marito riposava nel letto.
Mi sono chiesta infinite volte che parte ha Benvenuto nella mia vita e ancora non lo so. La giornata trascorsa a Parma ha lasciato una traccia dentro di me. Ieri ho fatto il test di gravidanza: è risultato positivo. Sono felice.

LA VERITA’

- Davvero vuoi conoscere la verità?
- Sì.
- La verità può fare male, molto male, lo sai?
- Non importa.
- Beh, la verità è che qui in banca tua moglie ce la siamo fatta un po’ tutti.
- Non ti credo. – disse Sergio mostrandosi risentito nell’ascoltare le parole dell’amico.
- Lo sapevo, è difficile da credersi, ma è così. – confermò Fausto.
- E’ impossibile… è impossibile.
I tavoli del Rouge e Noir, un american bar in pieno centro cittadino, brulicavano di strani personaggi in cerca di compagnia. Sergio e Fausto avevano girovagato a lungo per le strade del centro. Erano entrati nell’esercizio pubblico complice la pioggia che aveva cominciato a bagnare la strada e si erano accomodati ad un tavolo a bere l’aperitivo prima della cena.
- E’ la verità ti dico, ed è bene che tu lo sappia.
- La verità? Quale verità? Che a Luisa piace scopare? Oppure sei dell’idea che è una puttana soltanto perché ha scopato con molti di voi?
- Beh…
- Devi confermarlo, se è questo che pensi.
- Sia chiaro che stavo riferendomi al periodo in cui non vi conoscevate.
- Lo spero. Ma non credo che offrisse la fica a cani e porci.
- Sì, certo, è così ti assicuro.
- E scopava con tutti?
- Gli è sempre piaciuto il cazzo, te ne sarai accorto, no?
- Sì… è vero e allora?
- Beh, qui in ufficio l’abbiamo scopata in molti, quasi tutti, poi sei arrivato tu e non ha più voluto saperne di scopare con nessun altro.
- Mah!
- E’ così.
- Non capisco qual è lo scopo di queste tue cattiverie?
- Non ho reconditi fini, perché dovrei averne?
- E allora perché mi racconti tutto questo?
- Perché ti sono amico, e poi sei stato tu a chiedermi con chi scopava prima di conoscerti. Tu mi hai chiesto se ha intrattenuto relazioni con qualcuno sul posto di lavoro, che altro. Quello che non capisco è perché sei venuto a pormi questa domanda soltanto adesso, dopo un anno che siete sposati.
Sergio non rispose, non poteva dirgli la verità, a nessuno avrebbe potuto rivelare cos’era in effetti sua moglie. Avvicinò il bicchiere alle labbra e sorseggiò l’aperitivo, poi ripose il calice sul tavolo.
- Sarebbe troppo difficile spiegartelo, ma sappi che non m’importa una sega se ha scopato con tutti voi. Se lo ha fatto è perché le faceva piacere, non credi? Anch’io mi sarei scopato la maggior parte delle donne con cui ho lavorato nelle diverse agenzie della banca, ma purtroppo non ho potuto farlo, lei invece sì.
- Luisa ha fatto bene a chiedere di essere trasferita in un’altra agenzia, altrimenti sarebbe stato imbarazzante per te saperla circondata da uomini con cui ha scopato.
- Stento a credere che Luisa si sentirebbe in imbarazzo in mezzo a voi, la conosco troppo bene. Il motivo per cui ha chiesto il trasferimento è che non voleva trascorrere anche il tempo del lavoro con me vicino. Tutto qui.
- E non sei geloso avendo sperimentato che nell’agenzia dove lavora è attorniata da uomini che faranno di tutto per scoparsela? Luisa non è il tipo da passare inosservata, te ne sarai accorto, no?
- Ti assicuro che è gratificante sapere che la propria moglie piace agli uomini.
- Mah… contento te.
Sergio si alzò dal tavolo e Fausto lo seguì dappresso incanalandosi verso l’uscita del locale. Aveva smesso di piovere e la strada era occupata da una fiumana di gente, perlopiù adolescenti intenti a compiere la vasca per le vie del centro. Si misero in cammino e presero la direzione di Piazza Garibaldi. Non si soffermarono dinanzi a nessuna delle vetrine dei negozi che si affacciano sui marciapiede di Via Cavour. Percorsero il tratto di strada affiancati uno all’altro senza scambiare una sola parola, attenti a scansare ragazze e ragazzi che gli si facevano distrattamente incontro. Quando raggiunsero Piazza Garibaldi si salutarono e si diedero appuntamento per l’indomani in ufficio.

Piazza della Rocchetta distava solo qualche centinaio di metri. Mentre attraversava il Ponte di Mezzo Sergio volse lo sguardo alle finestre della sua abitazione, ben visibili seppure in lontananza. Una delle finestre aveva le luci accese ed era quella della stanza da letto. I temporali dell’ultima settimana avevano ingrossato il torrente uscito dall’alveo naturale. Il fragore delle acque era assordante e copriva tutti gli altri rumori della strada. Distratto dai suoi pensieri si accorse all’ultimo istante della presenza di Giovanna che gli veniva incontro sul medesimo marciapiede.
- Ehi! Non mi saluti?
- Oh! Ciao, scusa ma ero soprappensiero. Come stai?
- Bene… bene. Luisa? E’ un pezzo che non la vedo.
- E’ a casa, credo. – disse volgendo distrattamente lo sguardo verso la finestra illuminata dell’appartamento dove abitava.
- Salutamela eh! Mi raccomando. Adesso ti saluto perché ho fretta, ma dille che mi faro viva… prima o poi.
- Va bene non mancherò di riferirglielo. – disse mentre gli volgeva le spalle e si allontanava.
Si soffermò a guardare l’amica della moglie che vista da dietro meritava attenzione, soprattutto per le forme del culo che sotto il cappotto muoveva con moto circolare dimenando le anche. Giovanna era una delle tante amiche di Luisa e gli venne da chiedersi se anche lei se l’era scopata, consapevole che a sua moglie piacevano le donne specie quelle dai corpi morbidi e cedevoli. Glielo aveva confidato all’inizio della loro relazione. Subito non le aveva dato credito, convinto si trattasse di una spiritosaggine, invece era vero e la cosa non gli dispiaceva, anzi, ne era compiaciuto.
Quando si trovò ai piedi del monumento a Filippo Corridoni, posto al centro della piazza, appena oltre il ponte, diede una occhiata al quadrante dell’orologio che portava la polso: le lancette segnavano le 18.50. Guardò in direzione delle finestre del suo appartamento e costatò che le luci delle abat-jour illuminavano la camera. Non poteva fare ritorno a casa fintanto che le luci erano accese, lo sapeva bene, proseguì nel suo cammino e prese la direzione di Via Bixio, avrebbe camminato per la strada ancora per un po’ di tempo, dopodiché avrebbe fatto ritorno a casa confidando che nel frattempo la luce della camera si fosse spenta. Ormai ci aveva fatto l’abitudine alla presenza di altre donne nel letto con sua moglie. La cosa lo eccitava e accresceva il suo desiderio di scoparla, lo avrebbe fatto appena giunto a casa con la fica di Luisa ancora calda e umida di umori.
Nel momento in cui si avvicinò al portone di casa la finestra della camera era spenta. Incrociò la figura di una donna che si affrettava a uscire dall’ingresso dell’edificio. Per un istante si trovarono di fronte, tutt’e due esitanti nel lasciare il passo all’altro. Sergio si scostò e lasciò il passo alla donna inseguendola con lo sguardo, rapito dalla bellezza del viso, lei gli sorrise e proseguì nel suo cammino verso il Ponte di Mezzo.
Doveva trattarsi della donna che si era intrattenuta in camera con Luisa, ne era certo, anche se era la prima volta che la vedeva. Una nuova conquista, pensò mentre saliva le scale prive di ascensore. Il cazzo duro lo infastidiva nei movimenti, salì i gradini fino al terzo piano animato da una grande voglia di scopare.

Luisa era in cucina davanti al lavandino intenta a lavare dell’insalata per la cena. Indosso aveva solo un grembiule, le mutande, il reggiseno e le ciabatte. Le si avvicinò da dietro, le strinse le braccia intorno ai fianchi e la baciò sul collo.
- Ciao! Tutto bene? – le chiese.
- Sì.
- L’ho vista, sai.
- Ah…
- E’ bella davvero.
- Sì, è vero, è bella.
- E non dici nient’altro? – disse Sergio stringendola forte a sé facendo scorrere il cazzo sul culo della moglie.
- Cosa vuoi sapere, eh? Curiosone!
- Ti ha fatto godere?
- Sì.
- Molto?
- Umm… abbastanza.
- Più di quanto so farti godere io scopandoti?
- Sono cose diverse, lo sai, te l’ho spiegato una infinità di volte.
- Spiegamelo ancora, dai… che godo nel sentirmele dire.
Sergio pronunciò le parole mettendo a contatto il palmo delle mani all’addome di Luisa. Discese con le dita il bordo delle mutande di pizzo e giunse a lambirle i peli del pube. S’intrufolò nella selva di fibre arricciate e raggiunse le labbra della fica umida.
- Beh… mi piace toccare ed essere toccata da mani femminili. E’ una sensazione difficile da descrivere. Le donne fanno uso di maggiore delicatezza rispetto agli uomini, dovresti saperlo.
- Ah…sì?
- Non fare lo stupido, sì che lo sai. – rispose Luisa indaffarata a lavare le foglie d’insalata.
- E il mio cazzo com’è.
- Duro.
- E che effetto ti fa?
- Diverso da quello di una fica.
- E cosa preferisci? Il cazzo o la fica?
- Dipende.
- Da cosa?
- Da quello che ho sottomano. – rispose accostando la mano bagnata alla patta dei pantaloni di Sergio. Abbassò la lampo ed a fatica distese il cazzo fuori dai pantaloni, poi cominciò a menarlo lentamente.
- Ti piace toccarlo?
- Sì, molto.
- E dove lo vuoi?
- Dove vuoi tu.
Sergio le abbassò le mutande e le fece scorrere in basso verso le cosce, poi la costrinse ad abbassare la schiena sul lavandino. Avvicinò la cappella alla fessura della fica e cominciò a strusciarsi contro.
- E’ qui che vuoi che lo infili?
- Non lo so. A te cosa piace?
- A me piace tutto di te, lo sai. Ma adoro la tua fica… la tua fica. – disse mentre seppelliva la cappella nella fessura umida poco sotto il buco del culo.
Quando cominciò a mettere in movimento il cazzo Luisa accompagnò il gesto spingendo le anche all’indietro accrescendo in entrambi il proprio piacere. Seguitarono a scopare in quella posizione, in perfetta sincronia di movimenti, ansimando, fintanto che Luisa iniziò a gemere di piacere. Sergio le abbrancò le tette da sotto il grembiule e le coccolò i capezzoli prima di sentirla urlare intanto che raggiungeva l’orgasmo. Accelerò i movimenti del cazzo e le venne dentro la fica accovacciandosi sulla schiena della compagna.
A cena parlarono di tutto e di altro, ma soprattutto di quanto era accaduto durante la giornata nei rispettivi luoghi di lavoro, molto simili a entrambi. Sergio accennò all’incontro con Fausto e le raccontò cosa gli aveva raccontato a proposito di lei.
- Quello che ti ha raccontato è tutto vero, ma lo sapevi già.
- Sì, lo so, ma ho dovuto dargli a intendere che non ne sapevo niente.
- A volte mi domando se tu ed io siamo persone normali.
- No, sono loro ad essere strani. – disse Sergio toccandosi l’uccello che gli era diventato duro nell’ascoltare le parole di sua moglie a proposito della loro presunta diversità.

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