Diario di un amore proibito

Mi accarezzi lentamente una spalla mormorandomi all’orecchio:
-Devo andare, tra due ore parte il mio aereo-
Poi, allontanando il piumone, e accarezzandomi dalla schiena fino alle caviglie continui:
-Voglio ricordarti così, visto che per un mese dovrò fare a meno di te; ma ti telefonerò spessissimo, amo anche la tua voce, mi fa pensare al letto…-
Io viaggio nel beato dormiveglia languoroso del “dopo amore”; abbiamo passato il pomeriggio tra le lenzuola , visitando i porti di ogni fantasia erotica possibile.
Dentro ho un sole che illumina e riscalda: faccio le fusa come una gatta.

Non son preparata a quello che succede ora; mi afferri una mano e la porti sul tuo sesso, di nuovo pronto, poi ti sposti sopra di me e mi sollevi le natiche; passi velocemente una mano a taglio tra di loro, poi mi prendi, da dietro, con un colpo solo, in silenzio, ripercorrendo una via appena esplorata e ancora bagnata di te.
-Ecco il maschio che fino all’ultimo vuol marchiare la sua femmina- penso io, adattandomi subito alle tue spinte, eccitata dal tuo desiderio, ancora così impetuoso nonostante i nostri molteplici giochi pomeridiani.
Mi tocco tra le gambe, bagnate del tuo seme: ma tu allontani la mia mano per sostituirla con la tua che scava, preme, accarezza senza sosta. E poi vieni, gemendo, quasi una sofferenza, riempiendomi di nuovo.
Ansimanti ci abbandoniamo sulle lenzuola, impregnate dell’odore dolciastro del sesso che è poi quello della nascita, come scrisse Miller.
-Non sei venuta , vero? perdonami, non ce l’ho fatto a trattenermi, io…-
-Non importa, forse sono troppo stanca anche per un altro orgasmo. Vai ora, che io mi rimetto a dormire…-
Mi baci una guancia, i capelli, mi risistemi addosso il piumone e te ne vai.
Io scivolo nel sonno, ma per breve tempo.

All’improvviso mi sveglia il sibilar del vento che soffia forte sul lago e frusta senza pietà i rami dei salici e dei pioppi e le vecchie finestre della grande casa.
Fuori fa molto freddo, mentre all’interno la temperatura è fin troppo alta.
Ho sete, mi alzo per scender in cucina a bere.
Trovo la tua camicia abbandonata in fondo al letto e me la infilo.
Scalza, apprezzo il contatto dei piedi sulla folta moquette che riveste anche le scale: qui ci proteggiamo bene dal freddo.
Arrivo in cucina, mi verso un bicchiere d’acqua e guardo il lago, al di là dell’ampia finestra.
Gli alberi si piegan sotto il vento del nord, le acque si agitano e nel buio di questa serata invernale le luci sulla riva opposta paiono gemme cadute alla rinfusa dal cielo.
Mi accomodo sul davanzale interno, che mi permette di guardar fuori stando seduta, le gambe raccolte e rialzate contro il ventre. La posizione è precaria, la vista splendida.

Allora, improvvisamente, come un lampo in un cielo sgombro da nubi, il pensiero corre a te, a te, che non incontro da mesi, ma che ora”vedo” al di là della vetrata, i tratti del viso netti, come se fossi davvero qui, i capelli scuri agitati dal vento e quegli occhi azzurro cupo che san sorridere prima della bocca.
Sei il mio uomo proibito, quello di cui non si può parlare, di cui nessuno deve sapere, quello che non starà mai con me: e non è forse ciò che non si può avere che spesso diventa una ragione di vita?
Gli inguini mi dolgono per tutto l’amore appena fatto, ho addosso l’odore- e non solo- di lui … eppure ora è te che desidero come non mai.
Stringo forte le cosce, un crampo mi contrae il ventre mentre inizio a muover le labbra, in una silenziosa profana supplica:

-Ma dimmi, perché non posso… averti,ora, subito?
Non so se è amore quello che provo per te, in questo momento, ma se non lo è gli assomiglia molto.
Quando ci incontriamo e ci sbraniamo a vicenda nel tentativo di placar una lussuriosa antica fame mi ripeti che nessuna è come me, che sarà per sempre così.
Allora vorrei sapere se, una volta tornato nella tua lontana città di pietra, ti capita di desiderarmi come ti vorrei io adesso, nonostante il mio uomo mi abbia appena lasciata…
Perché se è così, allora…
Amore mio, non è assurdo, inconcepibile, che tu non sia qui, vicino a me, che in questo momento non ti possa baciare, accarezzare, eccitare ed eccitarmi con il tuo odore, che non ti possa prendere in bocca per saziarmi di te?
Che non ti possa permettere di saccheggiare tutto il mio corpo, dai seni, al sesso,al sedere, in modo che possa saziarti della mia carne, quanto e come vuoi?
Perchè non c’è la tua lingua dentro di me, quando tanto disperatamente la voglio a penetrarmi con perizia, facendomi sussultare dal piacere?
E le tue mani , dalle dita lunghe e snelle, perché non sono sui miei seni a racchiuderli mentre accarezzano i capezzoli eretti come piccoli soldati?
Il vento continua a soffiare, implacabile; e io, all’improvviso, sono disperata.
Niente mi pare abbia più valore, forse neppure la mia vita.
Fino a cinque minuti fa ero una giovane donna sicura di sé che si sentiva bella, intelligente, in carriera, con accanto un uomo altrettanto giovane e innamorato e ora, che ci fai tu qui, tra le mie cosce, tu che non fai parte della mia vita, ma che ne entri ed esci a tuo piacimento?
Con la mente piena di questi pensieri che ormai non riesco più a governare è fatale che la mia mano scenda ad accarezzare il sesso ; intanto guardo fuori sul lago: il vento è cessato, sta nevicando.
Voglio te , solo te, e non ti avrò mai: dolore, rabbia e rassegnazione, mi piegano in un orgasmo violento, acuto, che è piacere e dolore insieme.
Ma se la carne è momentaneamente placata, i pensieri si affannano ancor più.
E la mia preghiera continua:

-Perché non mi é possibile offrirti il buchetto tra le colline gemelle delle natiche affinché tu lo penetri e mi cosparga di seme anche lì, per poi stare distesi,vicini, a parlare di qualsiasi cosa anche degli angeli con naturale confidenza, mentre ti accarezzo il sesso, piccolo e indifeso, giusto così, per un eccesso di vitalità?
Perchè non ti posso stendere sulla schiena e mordicchiarti i capezzoli e leccarti l’ombelico e prenderti in bocca fino a farti mugolare per l’eccitazione?
E salirti sopra per permetterti di scivolare dentro di me e accarezzarti con le pareti contratte della vagina, per poi farti uscire e leccare con ingordigia i miei stessi umori?
Perchè non posso farti finire nella mia bocca, in modo che il tuo sapore penetrante mi rimanga sulla lingua, e qualunque cosa mangi per un pò sappia di te?

Perchè non posso appoggiarti le gambe sulle spalle e lasciarmi guardare da te, aperta, in modo freddo, distaccato, scostando le mie labbra di femmina, e tu sei talmente vicino che ne avverto il respiro e vengo senza neanche aver bisogno della tua lingua?
Come è successo a Venezia, nel piccolo appartamento di calle della Màndola, ti ricordi? dicesti che non avevi mai conosciuto una donna calda come me.
Che forse ero una strega, una banshee…

Perchè non sei qui, per mettermi a pancia in giù e disegnarmi con le unghie sulle natiche decorazioni simili a quelle delle uova pasquali, fino a farne zampillare piccole gocce di sangue?
Perchè non posso far l’amore con te usando tutte le parole morbose e volgari che conosciamo solo noi due, parole che riempiono la bocca, per poi prenderci con pudore, quasi timidamente?

Perchè non posso svegliarmi accanto a te, prepararti, nuda, una opulenta colazione, sventolando le tette sopra le tazze di cioccolato caldo e il pane tostato, per poi, seduti vicini, occhiaie gloriose a testimoniare una notte memorabile, parlare stancamente di golosità, quanto è buona la sacher, come la divoreremmo volentieri e alla fine, sazi, guardarci negli occhi, scoppiare a ridere e ricominciare a far l’amore…?
Un far l’amore che dura a lungo, questa volta, ma non è faticoso, perché non siamo mai stati vicini come ora, i nostri corpi si toccano così intimamente da lasciare tra noi uno spazio tanto esiguo da non riuscire a farci passare una mano per accarezzarci, un far l’amore in cui si insinuano movimenti convulsi solo poco prima di raggiungere il piacere.
Perchè, perchè, perchè… -

Sono stanca di pensare, potrei masturbarmi di nuovo, ma non voglio far l’amore da sola, io voglio te e le tue dita non le mie, voglio la tua lingua e il tuo sesso e da questo desiderio le mie mani non riusciranno davvero a liberarmi.
Domattina avrò di nuovo tutto sotto controllo, certo sarà un lunga notte, ma la capacità di avvertire in ogni centimetro di pelle il folle desiderio di te mi fa sentire viva come non mai.
E mi devo dar pace, perchè la fica, a volte, è un organo davvero selettivo.

Ma lei, che a quest’ora dorme accanto a te, in quella fredda e grigia città di pietra, lo sa questo?

* A volte mi sento molto Tinto Brass**

Noi siamo una coppia speciale: spesso ci prende la voglia di fare all’amore nelle situazioni più rischiose e il pericolo di essere visti invece di smorzare i nostri entusiasmi li accende ancora di più.
Sfruttiamo tutte le occasioni che si presentano, in genere sono io la regista di questi filmetti “hard”, e allora mi sento molto Tinto Brass; ma al contrario di lui che in genere fa una breve apparizione nei suoi lavori, io, nei miei “corti”, sono l’unica co-protagonista.

Dobbiamo vederci al tramonto nel parco sul lago, per una romantica passeggiata, prima di andare a cena nel nostro ristorante in riva al Garda.
Ho un’idea in mente e mi vesto per l’occasione: top di seta lucida (ormai è estate) che copre a mala pena i seni, liberi di eccitarsi al fresco contatto della stoffa, e una gonna corta e stretta, molto scivolata sui fianchi.
Sotto solamente gli slip a tenere ordinati i riccioletti neri del pube .
Costosi sandali dai tacchi a spillo(unica mia concessione alle “firme”) completano l’abbigliamento.

Anche il luogo dell’incontro è stato combinato da me, in modo che tu mi veda arrivare dal fondo del viale, le lunghe gambe in mostra, i fianchi ondeggianti, preludio a erotiche future dolcezze.
Appena entrata nel parco, lasciata la macchina, sento gli occhi dei maschi addosso, fiutano il mio odore di femmina eccitata e consenziente.
Tre ragazzi iniziano a seguirmi, esponendo ad alta voce tutta una teoria di sconcezze che farebbero volentieri con le mie tette e il mio sedere; li ascolto, impassibile, in verità i loro pesanti apprezzamenti oggi mi eccitano.
Mi avvicino sorridendo a te, che seduto su una panchina ( non ti sei accorto del mio arrivo) continui a leggere il giornale; ti chiamo, e mentre il tuo sguardo esprime il chiaro piacere che provi vedendomi, i tre ragazzi si dileguano, scomparendo rapidamente tra i cespugli.
-Fede, sei uno schianto- mormori, mentre allunghi una mano a toccare un capezzolo impertinente eretto contro la stoffa leggera.
Io mi mordo le labbra accuratamente dipinte, le lucido con la lingua, mentre ti fisso, attraverso gli occhiali scuri.
-Che cosa hai in mente? mi sto eccitando- dici, e mi prendi per mano.
-Troviamo una panchina che non sia troppo esposta, e ti spiego che cosa ho in mente-

Ci inoltriamo nel folto del parco: il tuo sesso, eretto e costretto nei pantaloni, calamita il mio sguardo.

Troviamo una panchina che mi pare faccia al nostro caso, è esposta a eventuali passanti solo di fronte, ma non del tutto: le fronde di una siepe incolta in parte la proteggono.
Ti faccio sedere vicino a me e slaccio la camicetta: i seni escono, pieni e liberi: sono orgogliosa della loro pelle elastica e setosa.
So che effetto ti fanno, con i capezzoli che guardano irriverenti all’insù.
-E se ci vedono?-
mormori, ma già le tue mani sono su di loro, li prendi nei palmi, mentre mi baci sul collo, per salire alla bocca, che ti aspetta, ingorda.
Intanto la mia mano scivola sui pantaloni, ad accarezzarti il pene rigido; dapprima è solo una carezza leggera, poi inizio a premere, strofinare, tirare leggermente, mentre ti mormoro all’orecchio :

-Dove vorresti mettermelo, dimmelo, dimmelo-
-Non lo so, dappertutto, non capisco più niente, voglio scoparti , voglio riempirti, voglio…-
Fai per accarezzarmi il grembo, io ti blocco e ti riporto ai miei seni, a succhiarmi i capezzoli con frenesia e mi inarco contro di te, mentre tra le gambe gli slip si incollano alle cosce.
Guardo tra le fronde della siepe: i passanti sono rari a quest’ora, ma se a qualcuno venisse in mente di girare la testa di poco vedrebbe in parte uno spettacolino niente male.
La mia mano si accorge del tuo orgasmo imminente: ti raccolgo tutto nel palmo, premo un’ultima volta, e tu vieni, con un lungo gemito: apri la bocca e un rivolo di saliva mi bagna il capezzolo.
-E tu? – mormori, prima di incollare di nuovo le labbra alle mie.
-Io…dopo, avremo uno splendido dessert, quello che tu preferisci -
Ci guardiamo, complici come sempre; un attimo per ricomporci, controllo il trucco e ci incamminiamo verso il ristorante.
L’aria del lago mi asciuga gli slip bagnati; ora i miei capezzoli sembrano addirittura bucare la seta.
Conosco il motivo per cui attiriamo l’attenzione dei passanti: emaniamo sesso da tutti i pori, splendiamo addirittura.

Il cameriere ci accompagna al solito tavolo, è tutto perfetto, il pesce di lago, il Chardonnay fresco, le fragole con la panna alla fine.
La nostra conversazione è vaga, come è andato il lavoro, che faremo nelle vacanze ormai prossime, e altre stupide piacevolezze; intanto le nostre mani si sfiorano sulla tovaglia, si intrecciano, mimano il tango che tra poco balleranno i nostri corpi .
Chiedi il conto e usciamo: la nottata è splendida, sul lago il solito paesaggio da favola; ci avviamo al parcheggio, ho voluto che tu mettessi la macchina nell’ultima fila, prima del parapetto che dà sulla strada sottostante.
E’ tardi, siamo stati quasi gli ultimi a uscire dal locale; ma la nostra macchina è comunque in vista, anche se lontana dall’uscita del ristorante.
Ti fermi vicino alla portiera, non sai se aprirmela o no, io ti blocco e ti indico il cofano della vettura.
Hai capito, per un attimo restiamo di fronte a fissarci dritti negli occhi, sorridendo, poi io mi volto, e mi sdraio bocconi sulla lamiera.
Tu mi alzi la gonna, e tiri giù gli slip, mentre il mio corpo si irrigidisce nell’attesa.
Mi accarezzi il sedere con dolcezza, passi la mano nel solco tra le natiche, mi senti tutta bagnata, pronta; allora estrai il pene eretto e lo appoggi al mio buchetto.
-Lo vuoi qui?- mormori al mio orecchio, con voce roca.
-Si, ma fai piano, voglio sentirti mentre mi riempi-

Intanto fisso la porta del ristorante, sta uscendo una coppia :

-Abbassati- mormoro, ma poi penso -E chi se ne frega se ci vedono, magari si eccitano e gli facciamo pure un favore-
Stai entrando lentamente dentro di me, ed io sono vicinissima all’orgasmo, il clitoride pronto a scoppiare contro il freddo della lamiera.
-Dammelo tutto, tutto- è un ordine il mio e tu lo esegui con una spinta forte che mi inchioda alla macchina.
Poi inizi ad entrare ed uscire dal mio corpo, sempre più velocemente, mentre i due clienti del ristorante si sono fermati in fondo al parcheggio, probabilmente non sanno che fare, spero tanto che si eccitino anche loro.

Ti accorgi che sto per arrivare al piacere e tu sai che cosa fare per portarmi veramente in paradiso.
Con violenza mi entri nella fica, gonfio e caldo e mi sembra di avvolgerti in un bagno di burro fuso.
Che magnifica sensazione sentirti battere contro il mio utero, che ha sete di te, come la mia bocca, come tutto il mio corpo.
Vengo con un grido e poco dopo anche tu finisci, riempiendomi con il tuo seme.
Ora ti accorgi delle due figure, immobili come statue, al limitare del parcheggio.
Esci da me, mentre io mi rialzo e cerco gli slip, che sono finiti per terra.
-Mi spiace, gente, lo spettacolo è finito; ed era pure gratis…-
gridi alle due statue.

Poi ridendo, risaliamo in macchina, per andarci a fare un mega gelato a Riva del Garda.

* Gli anticoncezionali* scritto con Gino Knaus

Oggi miei carissimi lettori svolgiamo un tema assai importante, che ha per argomento gli anticoncezionali.
Naturalmente coloro che han fatto voto di castità – intendendosi per castità quella cosa che fa rimanere chi la pratica illibato e gli altri allibiti – non hanno interesse alcuno a leggerci, ma gli altri… faranno di molto bene a farlo, soprattutto se sono ancora giovani e inesperti.
Ed é proprio a loro che ci rivolgiamo con particolare attenzione.
Ho pregato Gino Knaus di farmi da coautore perché é stato il primo a cercare seriamente un sistema per fare sesso in pace senza doversi preoccupare di figliare, ma , per dir la verità, la sua invenzione non ha funzionato ; infatti qui con noi ci sono anche i suoi 125 figli che si stanno riproducendo come conigli, datosi che per non offendere il vecchio padre, continuano a seguire il suo infallibile metodo.
E dunque amici cari, messa in chiaro questa faccenda, iniziamo a parlare del contraccettivo più antico del mondo: il Coitus Interruptus.
Offre dei notevoli vantaggi: non te lo puoi dimenticare a casa , non devi litigare con un attrezzo di gomma che prima che l’hai sistemato la patner si è addormentata e infine non costa nulla; ma ahimé , accanto ai pro ci sono i contro.
Per esempio, non ho mai capito come faccia un povero maschio, mentre si gusta fino in fondo la passera faticosamente conquistata ( vedi Marco Antonio che per scoparsi in pace Cleopatra dovette farle dono della Fenicia, Siria,Cipro,Cilicia e Giudea ) a sopportare nell’orecchio quel fastidioso:-Vieni fuori, vieni fuori- che gli pare di stare in mezzo a “Mezzogiorno di fuoco”.
Il poverino, che già normalmente ha un’autonomia di 20 secondi, si ritrova in piena tragedia greca.
Passiamo ora ai Profilattici, attrezzi di gomma importantissimi in quanto, miei giovani virgulti, non solo vi proteggono da gravidanze indesiderate, ma anche vi eviteranno pericolose malattie (quando non si rompono, come ricorda sempre il mio zio Oreste, guardando con aria smarrita il figlio ventenne che frequenta ancora la quinta elementare e la moglie, zia Giovanna, che pare un cassonetto con i piedi al posto delle ruote; questo desolante disastro famigliare pare sia stato causato appunto da un tragico infortunio scopatorio).
Propio ieri guardavo uno spot pubblicitario della nostra bella e istruttiva televisione in cui si vede una scalmanata con gli occhi da figlia di Maria che lancia qualcosa in aria e si capisce che fa centro, canestro insomma; poi si scopre che sono profilattici, quelli che sta spargendo sorridente per l’aere;
ma ve la immaginate una fila di piselloni sull’attenti nell’attesa di essere incapucciati al volo? Roba da sturbo…
Ecco uno spot altamente erotico, altroché tette e sederi a tutto schermo…
Tornando ai profilattici, fino a qualche tempo fa erano incolpati di non permettere il contatto, insomma la meravigliosa sensazione pelle contro pelle;
oggi questo problema non esiste più, perché vengono fabbricati in tutte le forme, colori e gusti; pare esistano anche quelli in alluminio, che non solo proteggono dalle malattie più disastrose ma pure sostengono, in caso di necessità.
Quanto appena scritto é da verificare , perché lo afferma Gino e visti i precedenti…
I nomi poi scelti per i vari tipi sono quanto mai bizzarri:
“ Sentilo, Mettilo, Chiappalo, Brontolo e Mammolo” questi ultimi per i più giovani.
Il profilattico si é ormai talmente perfezionato da essere in grado di fornire i servizi più diversi, stimola, ritarda, accorcia, allunga, fa pure il caffé.
Ce ne sono a doppio, triplo, quadruplo effetto, una cosa da fantascienza.
Il mio amico farmacista dice che il più richiesto è quello ritardante ( che non ho mai capito come funzioni): certo deve essere una cosa simpaticissima entrare in farmacia per acquistarlo e ricevere le congratulazioni del gestore che ti stringe la mano e ti dice:-Bene, anche lei fa parte del club dei 20 secondi…-
Infine non dimentichiamo che c’é il modello ritardante per lui e stimolante per lei: mi raccomando, indovinate il verso, piazzatelo correttamente, se nò son cazzi vostri ( e non in senso figurato).
Della spirale (che non é lo strumento per non far rimanere incinte le zanzare, altrimenti detto zampirone) e del diaframma( che non serve a mettere a fuoco il pisello ) , nonché della pillola ( quella del prima e del dopo, quando il guaio é stato combinato) parleremo un’altra volta.
Atrimenti vi confondete, piccoli miei. Intanto tenete sempre a mente una cosa: la castità è un bene prezioso, per questo va lasciato in serbo per la vecchiaia.

*AFRODITA**

Quando ti ho conosciuto più che ad un Brad Pitt sciupacchiato ( come ti aveva presentato la mia amica) ti ho rassomigliato a un malandato Van Gogh , orecchie a sventola e aria da perdente ancora più accentuati.
Ora, non avrei avuto niente in contrario ad un dipinto del Grande per le mie pareti, ma quanto a farlo entrare nel mio letto…jamais de la vie.

Ma tu hai cucinato per me e quando ti ho visto , accese le braci della griglia, tranciare con una crudele coltellata un cadavere di pollo, ho cominciato a sentire un misto di orrore vegetariano e di fascinosa primitiva attrazione.

Poi nel contemplarti mentre , staccata dalla parete una specie di scimitarra da guerriero Mogol, trasformavi un’insignificante lattuga in una appetitosa insalata, le ginocchia mi cominciarono a tremare e la mente a riempirsi di immagini oscene.

Allora , mentre ti spogliavo mentalmente con lo sguardo , tu mi apparivi sempre più Jhonny Depp e sempre meno Van Gogh.
Fu così che io , quella sera, servii la cena preparata dalle tue amorevoli mani in body di pizzo rosso….

Sono affascinata dagli uomini che se ne intendono di cucina, gli epicurei che scelgono amorosamente gli ingredienti più adatti e li preparano con arte sensuale;
è inevitabile per me pensare che la stessa abilità e la stessa pazienza dimostrate nel pulire i crostacei , ad esempio, saranno impiegate nelle più intime carezze; così se li vedo assaggiare delicatamente un pezzetto di pesce per verificarne il punto di cottura, tremo pensando a quel morso esperto sul mio collo o sui miei capezzoli…

Grandi autori, da Henry Miller , a Tipton e a Pablo Neruda, questo ultimo con metafore immaginifiche, hanno trasformato il cibo in fonte di ispirazione sessuale.

Così, per noi, amore mio goloso che condividi con me lo stretto rapporto eros-cibo,
ho sognato una occasione speciale; diciamo che quando diventerà realtà, avremo il copione già scritto ( anche se probabilmente sarà necessaria qualche leggera modifica…).

Siamo a cena nel salone di un palazzo rinascimentale trasformato in ristorante, a Firenze ,a Venezia, o dove vuoi tu. Lampadari a goccia e candelabri emanano una luce soffusa, soffici tappeti proteggono i pavimenti, arazzi preziosi dai caldi sbiaditi colori , vecchi di trecento anni , adornano le pareti e affreschi mitologici decorano il soffitto.

Eleganti commensali siedono davanti ai tavoli rotondi coperti da lunghe tovaglie e ornati da orchidee bianche, ambra e rubino di vini pregiati e rari liquori brillano nei calici, unici rumori il suono attutito di garbate conversazioni e il tintinnio dell’argento contro la porcellana dei piatti…

I camerieri sembrano danzare, sacerdoti di un antico pagano rito, solleciti nel loro andirivieni di squisite portate.

Una coppia occupa uno dei tavoli vicino alla finestra: siamo noi ; io ti ascolto parlare, mentre guardo attraverso i vetri , nella cornice dei pesanti tendaggi di broccato accostati, i giardini bui, illuminati solo dalla luna.

Risplendo addirittura , lo so, nel mio abito di velluto color porpora, che mi lascia scoperto gran parte del seno e nude le spalle : porto alle orecchie , come unico gioiello, gli orecchini di smeraldi e diamanti che mi hai appena regalato.
Tu sei impeccabile, nel tuo abito nero, con camicia di seta bianca, al polso un prezioso
Vasceron Costantin degli anni trenta.

Le schiene sono erette, i gesti controllati, un poco rigidi, ma attraverso i nostri movimenti studiati si capta l’attrazione reciproca come un fiume in piena che minaccia ad ogni istante
di straripare.

Sotto la tovaglia le ginocchia si sfiorano casualmente e il contatto ci travolge: un infuocato richiamo sale dalle cosce e accende il nostro ventre.

Non è cambiato nulla nei nostri gesti, ma il desiderio è così intenso che lo si può palpare,
diventa una nebbia densa e calda che ci isola dal mondo circostante.

Il cameriere si avvicina per mescere altro vino , ma non lo vediamo.

Io sollevo la forchetta, socchiudo le labbra e dall’altro lato del tavolo tu indovini il sapore della mia saliva, senti la mia lingua muoversi nella tua bocca come un mollusco soffocante e avvolgente; ti sfugge un gemito, che dissimuli tossendo con discrezione e portandoti il tovagliolo alle labbra.
Io fisso l’ultima ostrica rimasta nel tuo piatto, così simile al mio sesso, turgida, palpitante, indecente, bagnata di mare amoroso, icona del mio delirio erotico.

Eppure niente rivela il nostro turbamento, i riti dell’etichetta vengono compiuti a dovere, uno a uno; ma non sentiamo le note del pianista che rallegra la serata da un angolo del salone.
L’uragano del desiderio ci rende sordi al mondo.

Abbiamo scatenato forze primitive : ansimi e ruggiti di guerra, immagini di carne cruda, di abbracci crudeli, di lance infiammate, di fiori carnivori.
Senza toccarci sentiamo l’odore e il calore reciproci, intuiamo i nostri corpi nell’atto della resa totale e del piacere , immaginiamo carezze nuove, mai sperimentate prima, così intime e audaci da essere solo nostre.

Leviamo i calici in un brindisi carico di intenzioni, i nostri sguardi si incrociano ed è come se tu fossi già dentro di me.

Siamo atterriti dalla furia travolgente delle nostre emozioni, io bagnata tra le cosce, tu teso allo spasimo; contiamo i minuti di questa cena eterna , ma nello stesso tempo desideriamo che il supplizio si prolunghi, fino a che ogni fibra dei nostri corpi abbia raggiunto il limite della sopportabilità, calcolando quando potremo finalmente abbracciarci, disposti a farlo lì, sul tavolo, davanti a tutti quei fantasmi in abito da sera, io distesa sul dorso , in mezzo ai piatti, le cosce aperte, esposte alla luce dei lampadari viennesi, scarmigliata femmina implorante oscenità , tu che mi prendi con forza, tra le pieghe del velluto granata.
Allora tra gemiti e parole spezzate, tra preziose stoviglie rotte, macchiati di sugo, gocciolanti di vino, ci strappiamo i vestiti, mordendo e divorando.
La visione è così intensa che ci pare di oscillare sull’orlo di un abisso, pronti ad esplodere in un orgasmo cosmico.

E in quel momento due camerieri appaiono vicino al nostro tavolo, si inchinano cerimoniosamente, appoggiano davanti a noi due piatti coperti che aprono con gesti identici mormorando :

-
Bon Appetit …-

http://enrica21.interfree.it/erotica.html

*ALCUNE DONNE ODORANO DI MIELE**

Guardo fuori della finestra: il sole sulla neve agita riflessi rossastri, un incendio su tutto quel bianco.
Sono accovacciata nella vecchia poltrona vicino al camino acceso, il portatile in grembo;
e quell’incendio invernale mi ricorda te, mia bellissima, che dormi nel lettone, ignara di quello che sto scrivendo.
Ti guardo attraverso la porta spalancata della camera: il nostro rifugio sull’Apennino non è un palazzo, due stanze soltanto e un piccolo bagno.
I tuoi capelli rossi risplendono sul cuscino; di te non si vede altro, il piumone ti copre tutta , ma il corpo…lo intuisco chiaramente sotto la pesante coperta.

L’ho ancora nelle dita la tua carne bianca di rossa, soda e tenera, tutta da divorare.

Il mio pasto di questa notte, vera abboffata dei sensi.
Forse in altre epoche ti avrei anche sbranata, per tenerti per sempre con me.

Quando ci siamo incontrate ( e subito prese) ho pensato a te come ad una donna di Renoir
dei nostri giorni, di pelle lentigginosa e pelo rosso, con lunghe gambe dalle cosce piene, come i seni e le anche, snella di vita , le braccia e il collo esili, il viso molto più giovane dei tuoi anni, gli occhi verdastri striati di marrone , dalle strane palpebre socchiuse a filtrare lo sguardo ammiccante.
Ho notato con un brivido di eccitazione la tua bocca carnosa, grande, con il labbro superiore a forma di cuore e l’altro rigonfio, una bocca sensuale, da riempire di baci, con il mento tondo abbellito dalla fossetta nel centro e i capelli, una selva soffice, gonfia, una fiamma a coprire la fronte e le orecchie.
Una testa da paggio o meglio da cherubino.
Mentre ti guardavo mi sentivo stordire da quello strano odore che alcune donne emanano; è il profumo di un nettare, di un miele che viene fuori dalla loro pelle, dai capelli, dalla peluria , da tutto.
E che ha il potere di rendere vana ogni difesa della mente e dei sensi.
Così, mentre tu parlavi, il viso già complice accostato al mio in quella confidenza tenera che a volte si instaura subito tra femmine , ho sentito una straordinaria dolcezza sciogliermi le ossa, e rendermi debolissima , tanto “ fatta” di desiderio di te da vergognarmene.
Allora ti ho proposto questo fine settimana nel mio rifugio, tra la neve, e tu accettasti subito, con entusiasmo; dicesti che volevi allontanarti anche solo per due giorni dal tuo uomo e dalla vita solita :
-Voglio stare con una donna, per un intero week-end; ne ho bisogno; che bello, Fede, ci divertiremo, vedrai …-
hai detto candidamente.
Così siamo partite dalla città, con il mio fuoristrada, abiti pesanti, viveri.
Lungo il cammino abbiamo mangiato pane e salame, bevuto vino direttamente dal fiasco
( tanto per questi monti la polizia non ci viene, ci siamo dette) cantando a squarciagola le canzoni di Vasco , l’Unico, una comune passione.
Dentro la macchina l’atmosfera era già rovente, l’odore di sesso tutto al femminile si tagliava tanto era denso ed io per la prima volta dopo parecchi giorni mi sentivo felicemente eccitata, pregustando quello che mi aspettava, che ci aspettava, perché non avevo dubbi che anche tu volessi quello che volevo io.
Ti é piaciuta subito il “rifugio”, una autentica casa delle fate sommersa da pini e castagni , in completa solitudine.
In effetti, l’ultima abbondante nevicata conferiva al paesaggio forme e colori di magia;
-Ma é proprio come me l’avevi descritta, Fede, ci mancano solo i folletti e gli gnomi…-
dicesti scendendo dal Nissan pick-up e sprofondando nella neve con i tuoi stivali cittadini.
Poi ci demmo da fare , una volta sistemata la macchina nella baracca che funge da garage, a portare in casa le borse contenenti abbigliamento antifreddo e generi alimentari vari, nonché l’inseparabile portatile.
Cominciasti a saltare rabbrividendo per il gelo delle stanzette, una volta entrate; ma dalla volta precedente avevo lasciato nel ripostiglio legna in abbondanza ; subito mi son data da fare ad accendere i grandi camini, che occupano due pareti della minuscola abitazione.
Ti meravigliasti di quanto fossi veloce a trasportar legna e abile con il fuoco; già, non ho mai seguito un corso di sopravvivenza, ma penso di poterne fare tranquillamente a meno , visto che nessuna difficoltà “manuale” mi spaventa.
Subito l’atmosfera cambiò; ci togliemmo i giacconi, e di fronte al fuoco cominciammo a spogliarci per rivestirci di indumenti più comodi…
Rivestirci?
Tremavo , nell’attesa di vederti nuda e da come ci guardammo capii che per te era lo stesso.
Allora i gesti si sono fatti lenti, studiati, perché tutte e due abbiamo l’orgoglio sfrontato del nostro corpo.
Fino a che tu, amore mio, non rimanesti seminuda con un body verde chiaro, sottile, quasi estivo, che ti fasciava il corpo, lasciando sporgere dal pube piccoli ciuffi da leoncino.
Sorrisi tra me al vedere che per venire in mezzo al freddo ti eri messa velatissime autoreggenti sotto stivali dai tacchi alti, anche se robusti.
Mi guardasti diritto negli occhi ed io in slip e reggiseno non sentivo il freddo, mentre un gran calore mi invadeva dalla testa ai piedi : bruciavo di desiderio senza sentirmi per una volta la femmina che il maschio cerca di violare, conquistare , soggiogare come mi succede solitamente nella guerra amorosa che contraddistingue i miei rapporti con gli uomini e che mi porta a volere, anche se inconsciamente, sopraffare il patner (e buona parte del piacere sta proprio in questa specie di battaglia erotica); al contrario stavo annegando nella tua femminilità, nel tuo odore, mentre la lingua fremeva al pensiero di gustarti.
E non ti avevo ancora toccata.
Lo facesti tu.
Con un gesto rapido prima sfilasti il body poi mi slacciasti il reggiseno e facesti scivolar giù per le gambe lo slip.
Poi ti sei stretta a me con tutto il corpo ed io sentivo le punte dei tuoi seni bucarmi, mentre spingevi il pube contro il mio, comprimendo e sfregando.
Avevi tenuto gli stivali, così le nostre bocche erano allo stesso livello: ti infilai le mani nei capelli (mi parve di entrare in un nuvola rossa) e ti baciai: un bacio profondo, affamato di te ; non trascurai la minima superficie della tua bocca, le labbra, la lingua, il palato, tanto che non so se il nostro bacio sia durato minuti oppure ore.
Intanto ti muovevi leggermente , perché il tuo clitoride si gonfiasse , contro la solidità del mio ventre.
E rimanemmo per qualche minuto così, come due strani lottatori ubriachi che si sorreggono a vicenda per non perdere l’equilibrio.
Ad un certo punto ti sei staccata da me e nascondendomi il viso nel collo hai cominciato a strofinarti contro una delle mie cosce, mentre le dita si intrufolavano violente nella mia passera che ti voleva tanto da star male.
Allora ti ho spinto sul letto e finalmente ho potuto aprirti le gambe per guardare da vicino l’oggetto del mio desiderio : la micia dai riccioletti rossastri e dal monticello di carne gonfio e rigido, al di sopra delle labbra gemelle umide dei tuoi sapori.

Poi ho immerso il viso in te baciando e leccando i petali vermigli del tuo fiore per tutta la loro lunghezza, entrando con la lingua nella vagina stretta , cercando il clitoride, per aspirarlo, stimolarlo, bagnarlo di saliva, mentre ti facevo scivolare dentro le dita; volevo sentirti gridare, volevo il tuo piacere, volevo il tuo corpo per aprirlo e vedere come sei fatta dentro, per cercarti l’anima…
Come se mi avessi sentita, ti inarcasti contro di me gemendo per poi ricadere sul letto come una bambola di pezza, mentre io continuavo a leccarti per bere di te fino all’ultima goccia;
Che strano sapore, forse aveva ragione quel tale che diceva che a seconda del tipo di donna (bruna, rossa, bionda, castana) varia il sapore dell’intimo nettare.
Il tuo assomiglia a quello del miele di marroni.
Ansimando mi sdraiai vicino a te abbracciandoti;
e restammo così, strette l’una all’altra in un piacere lattiginoso, snervante, anche se io avevo ancora il fuoco tra le gambe.
Mi guardasti tra l’arruffio dei capelli rossi e senza parlare ti chinasti su di me , cominciando dai seni, che succhiavi come farebbe un bimbo mordendoli leggermente( hai dei denti così piccoli) e procurandomi brividi di sovraeccitazione;
poi scendesti sul ventre e mentre i miei gemiti si intensificavano, ti alzasti di colpo.
Non capii subito quale era la tua intenzione , fino a che non ti vidi prendere una bacinella, aprire la finestra e riempirla di neve.
-L’ho visto fare in un film, proviamo?-
Mi preparai a stare al tuo gioco (conosco quel film), ero sicura mi sarebbe piaciuto oltre ogni limite.
Così cominciasti a deporre dei piccoli fiori di neve sui miei capezzoli, tra i seni, nell’ombelico. Gridai per il freddo tendendo i muscoli , ma subito il grido si trasformò in mormorii di piacere perchè tu leccavi con destrezza quella neve, riscaldando la pelle con la lingua bollente: mi pareva di impazzire per le mille sensazioni che il mio corpo stava provando.
E la passera stava bruciando al rogo dei tuoi capelli.
Mi apristi le grandi labbra con delicatezza , per deporre anche lì i tuoi fiori di neve; spalancai la bocca, ma restai muta: la sensazione acuta di freddo che equivaleva ad una scottatura, nel pensiero, nella realtà mi procurava un lancinante ambiguo piacere.
Poi la tua lingua arrivò a spegnere il calore del mio ventre, succhiando la neve , sciogliendola sulle mucose vermiglie.
Le dita erano abili quanto la bocca mentre ti pascevi del mio sesso, leccando, aspirando, odorando ; mi mordesti leggermente il clitoride e l’orgasmo fu immediato, travolgente, pareva non aver fine , mentre le pareti della vagina tenevano dentro di sè strette le tua dita dalle unghie corte, infantili.
E poi fosti tu a sistemarti accanto a me, le braccia sul mio seno, la bocca nell’incavo tra il collo e la spalla, dove continuasti a somministarmi piccoli baci, mormorando parole senza senso, proprie degli amanti soddisfatti.

Ma questo era ieri pomeriggio, poi abbiamo avuto una lunga notte, una delle più belle che io ricordi, ci vorrebbe un romanzo per descriverla.
Siamo tutte e due molto fantasiose.
Che sarà di noi, quando torneremo nel mondo?
Non voglio pormi per ora questo problema; vedo che ti stai agitando, sei quasi sveglia, preparo un altro caffé, anche per te: mi è tornata la voglia di farti l’amore…

*COMPLEANNO IN ROSSO**

Tu ami le donne.
Ami tutto ciò che le riguarda e sogni di un mondo senza uomini nel quale esisti solo tu per poterle adorare tutte indistintamente.
Ogni loro difetto é un insulto all’ordine naturale, perché vorresti credere che noi siamo senza macchia, incorruttibili, senza peccato.
Tutto questo te lo leggo nello sguardo, lo intuisco nella musica delle tue parole, che ascolto da anni, anche se si tratta di scarni termini scientifici, lo sento “dentro” percuotermi il ventre, quando per caso mi sfiori con una mano.
Ma in questo tuo mondo di adorazione fantastica ti muovi con timidezza, o forse sono io con la mia aggressività così spesso esibita e che tu ben conosci a frenarti?
Potresti essere mio padre, per età, e questo invece che diminuire la voglia che ho di te non fa che accentuarla –freudiana perversione- tanto da indurmi infine a trascurare la più elementare prudenza.
Così oggi, giorno del mio compleanno, entro nel tuo studio, silenziosa, senza bussare e chiudo lentamente la porta, prima che tu abbia il tempo di dire una sola parola.
Poi guardandoti fisso giro la chiave che ci isola con uno scatto secco dal resto del mondo.
Ruoti lentamente la poltrona su cui siedi e:
-Che vuoi…-
mormori a voce bassa; domanda inutile, lo sai quello che voglio lo sai da anni ed é quello che vuoi tu, ne sono sicura.
Le tue gambe, negli impeccabili pantaloni blù, sono aperte mentre scivoli impercettibilmente in avanti, abbandonato.
Muovo un passo verso di te, poi un altro…
Mi fermo, immobile, le dita sui bottoni della camicetta.
Prendendomi un tempo infinito la apro per puntarti contro i seni abbondanti, lustri di scura pelle mediterranea annerita dal sole, con il rosa delle areole simile al colore di certe conchiglie lavate dall’acqua del mare di Cuba.
Accarezzo i capezzoli, pizzicandoli delicatamente, fino ad inturgidirli.
Con aria ditratta, sempre fissandoti, porto le mani alla fibbia della cintura.
Sto scartando il mio regalo solo per te e l’espressione che appare sul tuo viso dapprima sorpresa poi incerta e infine avida mi conferma che ora anche tu hai solo un pensiero in mente.
Avermi.
La fibbia penzola libera intorno alla vita, mi dimeno una due tre volte mentre la gonna lunga scivola intorno alle caviglie, lontana dalla pelle bruciante.
Restano solo i candidi slip a tenere composti i riccioletti del pube.
-Ti piaccio? Ti piace il mio corpo? mi vuoi, ora?-
Ti sfido con gli occhi, senza parlare.
Sono in piedi, tra le tue gambe aperte, la mia carne contro la tua, il mio profumo a solleticarti le narici.
Devi toccarmi, se non lo fai … impazzirò dal desiderio.
Tu resti immobile, sei completamente vestito eppure già aperto a me, sento la tua erezione premere contro le mie gambe.
Poi lentamente mi posi una mano sul ventre, l’altra sull’anca e la tua richiesta anche se muta mi é chiarissima.
Mi raggiunge come una staffilata bruciante in mezzo alle cosce, dove già sono bagnata di te e per te.
Mi inginocchio e guardandoti negli occhi sorridendo con tutta l’acquiescenza secolare di una geisha ti apro i pantaloni che costringono il tuo desiderio.
E ti ho, finalmente, racchiuso delicatamente in una mano, mentre faccio scorrere teneramente le dita dell’altra per tutta la tua lunghezza, sconcertata e commossa dalla bellezza di quel sesso che ho tanto desiderato.
Ora ti torturo con il morbido tocco delle dita che si muovono sù e giù, poi intorno, a volte frenetiche, a volte furtive, sempre imprevedibili.
E ti guardo, mentre ogni mio tocco, ogni pausa deliziosamente minacciosa si insinua come gemma nella tua mente febbricitante di desiderio.
- E’ una pazzia – mormori cercando di afferrarmi, di avvicinare il mio viso al tuo, di attirare i miei seni contro di te, ma io mi alzo, e tu insieme a me.
Restiamo lì, in piedi, i corpi che aderiscono l’uno all’altro, mentre ti tengo sempre in mano, caldo, fremente: ti sento pulsare e crescere, affamato.
La mia bocca si chiude sul tuo collo, mordendo, baciando, leccando, assaporando la tua carne, il tuo odore di uomo, mentre continui a contorcerti contro la mia mano.
Poi ti bacio sulle labbra, e il bacio diventa un pasto per le nostre bocche.
Quanto ho desiderato sentirti così perso contro di me come se già fossi dentro il mio ventre.
Intanto spingo i fianchi in avanti e ti guido dove la seta dello slip e la carne si incontrano, ti appoggio al mio inguine, ti faccio sentire il calore all’interno della coscia dove la pelle é tenera e liscia.
Il mio respiro irregolare e saturo di eccitazione ti alita sul collo mentre continuo a tenerti, aumentando e diminuendo la stretta della mano seguendo il tuo tenderti e rilassarti, persa nell’adorazione della vita che sento scorrere tra le dita, contro la gamba.
Ora ti spingo sotto il bordo degli slip.
-Basta, smettila, non ce la faccio più, ti voglio-
La tua voce non implora, ordina.
Non é questo il momento della tenerezza, un gemito roco mi esce dalla gola, perché anche
io ti voglio, lì, in piedi, contro il muro.
Voglio sentirmi piena di te, prima che venga detta qualunque altra parola.
Perché le parole sono bugiarde.
Solo dovrei avvisarti che non ho protezione, dovrei, ma la spinta cieca del desiderio é troppo forte, darei la vita che mi resta in cambio di quello che succederà ora.
Un senso di vuoto mi attanaglia lo stomaco in uno spasmo di bisogno insostenibile, e le labbra del mio cuore di femmina diventano petali cremisi gonfi e umidi nella foresta del desiderio.
In un attimo gli slip scendono e con una gamba ti stringo a tenaglia il fianco, restando in precario equilibrio sui tacchi alti.
Non sei sorpreso dalla mia mossa, conosci l’agilità del mio corpo, sai quasi tutto di me, da quando ero una ragazzina.
Mi penetri con violenza ed io spingo la testa all’indietro, con un grido soffocato, artigliandoti le spalle, mentre tu con una mano mi torturi spasmodicamente un seno, mi mordi il collo, gemi, pronunci inarticolate parole.
Uso i fianchi e la gamba come fulcro per spingerti ancor più in profondo dentro di me.
E vorrei che questo momento non finisse mai.
Tu prendi a muoverti lentamente ed io mi lamento piano.
Non cerco l’orgasmo, per la prima volta nella mia vita voglio il tuo piacere, il tuo seme a riempirmi , vorrei che ti ingrandissi a dismisura, in modo da ridurmi solo un involucro alla tua lussuria.
Sono aperta, pronta, femmina come non mi sono mai sentita.
Ad un certo punto tu, come se avessi intuito qualche cosa , ti ritrai da me quasi del tutto, e ci guardiamo, nel tuo sguardo velato una domanda inespressa.
Ma io scendo con la mano a cercarti, ti tocco, bagnato di me, scivoloso e poi ti ingoio di nuovo e di nuovo, con violente spinte della pelvi.
Presto, tutto finisce presto, ma il mondo mi si ribalta intorno quando i fianchi strappati verso di te, le tue dita insinuate nella profondità delle mie natiche, ti perdi con un grido nel mio ventre contratto.
Restiamo così ancora per un attimo, l’uno nell’altro, rendendoci conto solo ora di quello che é veramente successo.
La mia gamba si abbassa, tu stai per dire qualche cosa, ma io ti metto un dito sulle labbra:
-Shhhh, le parole sono bugiarde-
Mormoro.
Di sotto, sulla spiaggia, si festeggia il mio compleanno, con fuochi, bevute e bagni notturni.
Qualcuno mi chiama, é l’ora di tornare da loro, da quelli che hanno la mia età, ma che non sanno amare le donne.
Non come mi hai amato tu, almeno, non come ti ho “sentito”.
O come mi ami? O come ti amo io?
O come non ci amiamo?
Curiosità, sesso, un amore che mi porto dentro da quando avevo otto anni?
Che cosa é veramente avvenuto tra di noi, oltre ad una lussuosa scopata?
Ora non lo so, sono confusa, mi rendo solo conto che devo tornare sulla spiaggia,
a festeggiare.
Ma tu sei ancora caldo dentro di me e il mio inguine é piacevolmente dolorante, al resto penserò domani.

*Erotic Chat Line**

Premessa

Il fenomeno dell’eros virtuale è ormai diffusissimo nel web ed è strettamente legato al mondo delle chat. In Internet il confine tra erotismo e pornografia è estremamente labile: infatti le statistiche dei motori di ricerca indicano che la parola più digitata è ‘’sesso” .
In chat ci si incontra per cercare stimoli nuovi, amicizia, amore e, molto spesso, incontri di tipo sessuale che, nella maggior parte dei casi, rimangono confinati in un ambito strettamente virtuale.
Per scrivere questo racconto sono entrata davvero, per la prima volta, in una chat erotica; ma non ho resistito a lungo; son fuggita quando, alla domanda di un certo nick “23 cm” di che colore fosse il mio boschetto, son stata tentata di rispondere viola.
Ho capito che mi stavo ridendo addosso.
E anche che in giro c’è davvero molta solitudine e difficoltà di comunicazione di ogni tipo.
Poi ho visto il film”Closer” nel quale due dei protagonisti si incontrano proprio in una chat erotica.
E ho scoperto che il linguaggio usato dai frequentatori di queste linee di eros virtuale è universale.

 

……………………………………………………………………………………………………………………….
Si conobbero in una chat erotica.
Lui era un serio professionista non più giovanissimo che spesso, nei momenti liberi, all’insaputa degli amici e naturalmente della moglie, si dedicava al sesso virtuale, cercando occasionali compagne in rete.
Così una notte, come faceva spesso, chiuso dentro il suo piccolo studio, accese il portatile ed entrò nella solita Chat erotica, sperando di incontrare Fragolanera, con cui l’ultima volta si era davvero divertito.

Invece, dopo qualche secondo, si trovò a chattare con Viola.
Lui era DocFaust.
Ecco come avvenne il loro primo incontro.

Viola: toc, toc, vuoi chattare con me?
DocFaust : ki 6? nuova? femmina vera?
Viola: appena arrivata, cerco maschio senza inibiz, per far sex
DocFaust: o.k. l’hai trovato, ma prima , descriviti
Viola: alta, rossa natur, tette grosse, carne bianca , da lekkare, fika piumaggio di fiamma e simil fuoko. E tu? descriv
Doc Faust: moro, non molto alto, molto arrapt. Dimmi di tette, descriv e poi vestita, come, particolari
Viola: solo un pareo, tolgo, nuda, tette grandi, capezz grossi, ora ke li sto accarezzando, dritti, ekko scendo alla fika… mi tokko……. dai tiralo fuori
DocFaust: aspetta

Lui si alzò per andare a chiudere a chiave la porta del piccolo studio.
Poi si risedette e si aprì i pantaloni.
Quel -tiralo fuori- l’aveva eccitato parecchio.

DocFaust: son qui, ci sei sempr?
Viola: sìììì, fatto come ti ho detto?
toccati e pensa che mi sto akkarezz, ahhh, diko mia fantasia, sì??
DocFaust :sì, intanto le tue tette grosse intorno al mio kazzo, ti sto scopando le tetttt…
…………………………………………………………………………………………………………………….
Viola: sì, le stringo e intant guardo il tuo KKKK grosso gonfio , la mia fantasy che mi sturba dalla goduria : sono sdraiata, a gambe larghe, con tutti uomini intor ke mi fissano mentre mi tokko e anche loro si toccano e …..
………………………………………………………………………………………………………………..
ora il tuo kazzo grosso mi riempie e loro vengono rikoprono di sborr, mentre tu mi chiavi e io godo, dove 6 tu…
io sto scrivendo kon mano sola.–+++
xché vengo ahhhhhh&&&&&&&&&$$$$$$$$$$$$$$$$$$$$
…………………………………………………………………………………………………………………….
DocFaust:belloooo, le tue tett,ti bagno il collo e la faccia, e ora puliscimi con la lingua, , dai………………………………………………………………………………………………
Viola:stato bell0?
DocFaust.sììì, etu?
Viola: no, ti vorrei dal vivo
DocFaust: dove e quando
Viola:domani, ore tre, grande giardino Largo Traiano, vicino hotel
DocFaust:come ti riconos?
Viola: borsa portadoc.Vuitton kon manico rosso, seduta bankina 3 da destr.
CiAoooooo
DocFaust:o.kkkkkkkkkk

 

Il giorno succecssivo alle quindici in punto lui arrivò all’appuntamento.
Non era la prima volta che ci provava a incontrare una conoscenza virtuale:
tutte bufale, nel senso che si trattava di un’umanità femminile, quando lo era , di qualità infima.
Appena vide Viola seduta sulla panchina convenuta si fermò immobile perchè non poteva essere vera, era un miraggio.
La rossa più incredibile che avesse mai visto, con vicino la cartella di Vuitton
dal manico rosso.
La gonna corta metteva in mostra due gambe lunghissime e splendide.
Portava occhiali scuri, grandi, passati di moda, che in contrasto al candore del viso e al rosso fiamma dei capelli, le davano un’aria da diva anni ’50.
Si sentì indeguato di fronte a quella gran gnocca e si chiese dove stesse il tranello, perchè doveva esserci, di sicuro.
Lei guardava di fronte a sé , pareva assente.
Lui si avvicinò e allora la donna lo guardò, togliendosi gli occhiali:
occhi verdi , enormi, e un sorrisetto sulle labbra che gli fece scorrere un brivido lungo la spina dorsale.
Di natura indefinibile.
Si trovò a fissarle le tette, visibilmente nude sotto la sottile camicetta: erano davvero grandi e tonde come due meloni.
Niente chirurgo plastico, era sicuro.
Lei si alzò e :
-DocFaust?-
-Sì,ma mi chiamo …-
-Lascia perdere, non voglio saperlo, io sono Viola; andiamo…-
-Dove?-balbettò lui- in hotel?-
-Sì, certo, ho voglia di scopare con te; ora che ti ho visto, mi piaci, mi arrapi-
E lui ricordò quel:
-Tiralo fuori- della chatt e si ritrovò eccitato come un ragazzino.

Non avrebbe ricordato molto, in seguito, di quei cinque minuti in cui insieme alla donna era arrivato all’albergo, che era vicinissimo.
Farfugliava domande a cui lei non rispose mai.
In compenso non avrebbe mai dimenticato quello che successe dopo, una volta arrivati in camera.
Chiusa la porta, la giovane donna si liberò dei sandali e della camicetta , che fece volar in giro per la stanza.
Poi avanzò verso di lui, stringendo quei seni incredibili con le mani e :
-Baciali- ordinò
Lui immerse il viso tra quella carne soda e bianca e cercò di spinger la ragazza sul letto, era confuso, ricordava solamente che avrebbe dovuto usare una protezione, ma lui una femmina così non l’aveva mai neppure sognata, anzi, per dir la verità con l’altro sesso non era stato molto fortunato.
Forse dipendeva dal fatto che il letto non era la sua specialità visto che Lisa, sua moglie, sempre più spesso trovava penoso il dovere coniugale.
Ecco il perchè del sesso virtuale, in fondo aveva paura di esser giudicato inadeguata in uno “scontro” diretto … ma allora, che ci stava facendo lì con quella bellezza???
Viola interruppe questi vagabondi pensieri; inginocchiatasi fulminea ai suoi piedi, gli slacciò i pantaloni e lo prese in bocca, leccandolo, stuzzicandolo, succhiandolo voracemente fino a che lui non fu altro che un cazzo che voleva godere, un enorme organo sessuale pronto a esplodere.
Allora, con tempismo perfetto la rossa lo lasciò , disseminò in giro il resto degli indumenti e si gettò sul letto, a pancia in sotto.
Una chiara offerta che lo lasciò per un atttimo paralizzato, poi, denudatosi rapidamente. si trovò a toccare quel sedere che gli si offriva, il più bello che avesse mai visto.
Le natiche di Viola erano un blocco solido, e nello stesso tempo un sublime piumino posto al centro di un corpo da sballo.
Cominciò a baciarle, solleticarle, avrebbe voluto divorarle.
Dai gemiti di piacere della donna capì come desiderava essere presa:
lui aveva sempre avuto la fissa per quel tipo di atto erotico che pochissime donne gli avevano concesso, non certo sua moglie.
Fu l’inizio di un pomeriggio in cui , per la prima volta in vita sua, si sentì il miglior amatore del mondo.
Tutte le sue fantasie sessuali divennero realtà, lei lo voleva dappertutto ed era insaziabile.
Le leccava il sesso insieme al proprio seme, poi la baciava , mentre la penetrava di nuovo e intanto stringeva quelle tette incredibili e poi veniva ancora e ancora..
Lei lo incitava, mugolava, si agitava con furia , ma non rispondeva a nessuna delle domande che lui le rivolgeva con parole smozzicate.

E infine lui si addormentò, di traverso sul corpo di lei, spossato, ansante ma per la prima volta in vita sua…sentendosi maschio fino alle punta delle dita , alla cima dei capelli.

-Doc, svegliati, io vado e voglio dirti due cosette-
Lui aprì gli occhi, insonnolito, poi si svegliò del tutto vedendo che Viola era completamente vestita, occhiali compresi, seduta sulla poltrona di fronte al letto.
-Ora , signor dottore vallo a raccontare come passi le tue notti, dì come mi hai conosciuta …perché ho paura che dovrai farlo….
Ti lascio un ricordo di me, visto quanti ti è piaciuto scoparmi come e quanto hai voluto.
Vedi, io avevo un uomo , che sollazzandosi con non so chi si è beccato l’AIDS;
mi ha infettata, il porco.
E’ morto l’anno scorso, marcio prima ancora di tirar le cuoia, divorato dal sarcoma di Kaposi.
Sono sieropositiva, e tu, dottore, hai buone probabilità di condividere il regalo che è stato fatto a me.
Naturalmente non ho nulla contro di te, solo sei un uomo, e ne sto castigando parecchi, da qualche mese a questa parte.
La rete mi sta aiutando davvero, non sai quanti porcelloni trovo, molti più che nel reale e in fretta anche….
Bene, ciao, ciao-
Infilò la porta e lui , immobile a letto, stordito e inorridito, sentì l’ascensore scendere.

Allora, con macabro umorismo pensò:
-Lo sapevo che c’era l’imbroglio, lo sapevo…-
E si mise a piangere.

*FOTOGRAFANDO**

Pantelleria , dopo la Sicilia, é la mia isola mediterranea preferita.
L’ideale per me che amo il mare tutto da vivere in una natura poco..addomesticata.

A Gadir, un antico villaggio di pescatori, hanno una casa Fredo e Giovanna, “vecchi” amici di famiglia :da parecchie estati sono ospite loro per buona parte delle ferie.

Così é stato anche l’anno passato, quando facevo coppia con Luca, il grande amore del momento.

Che però, in quel caldissimo agosto, stava diventando sempre meno “grande amore” e sempre più “noia mortale”…

Oltretutto il ragazzo sopportava male il sole, al contrario di me , che sono una lucertola; di conseguenza la mia pelle era talmente scura da farmi apparire figlia della vicina Africa, la sua di un colore indefinibile, appena un pò meno chiara del solito.

Avendo a disposizione parecchio tempo per stare insieme , scoprivamo di non essere molto simili ed io diventavo sempre più insofferente e smaniosa di novità, di qualunque genere.

Mi capitava con sempre maggior frequenza di andarmene da sola ad esplorare l’interno diPantelleria , oppure lungo la costa, per cercare luoghi isolati dove fare il bagno nuda e continuare l’opera di arrostimento…
Il risultato fu un’abbronzatura più o meno integrale; mi divertivo ad aumentarne l’intensità
con oli speciali e doposoli che facevano la pelle brillante, come impregnata d’olio.

Poi , un giorno, i nostri amici ci dissero che avrebbero invitato a cena per la sera seguente una giovane coppia di conoscenti che avevano incontrato per caso in un negozio del paese : lei era una fotografa freelance impegnata a redigere per una nota rivista un servizio sulle bellezze naturali dell’isola.

La notizia mi elettrizzò, avrei conosciuto gente nuova, finalmente, a volte da cosa nasce cosa e poi una fotografa, professione interessante…

Anche a a me piace molto fotografare, da dilettante; ho un carissimo amico che lo fa per mestiere, ma donne fotografe di professione non ne ho mai conosciute.

Giovanna, che era al corrente della mia noia ormai cosmica , mi sussurrò, complice:

-_Lui é da sballo, più giovane di lei, il tipo che ti intriga, vedrai…-

E allora decisi di essere super per la serata, usando tutti i mezzi a mia disposizione per affascinare un uomo: la mia storia era alla fine, ero lontana miglia e miglia da casa, tanto valeva darmi da fare; e anche se si fosse trattato del compagno di un altra, beh, ero in vacanza e in vacanza come in guerra tutto é permesso ( é una delle leggi che mi sono stabilite tempo fa…).

Allora via alla gonna supercorta, seni in semilibertà, appena costretti da una fascia esigua, trucco brillante in accurate sfumature di colori, ma soprattutto, tocco da maestra, il doposole iridescente, che dava alla mia pelle ormai color del bronzo dorati bagliori africani.

Gli amati sandali neri dai tacchi alti e sottili e pesante cavigliera d’oro completavano l’insieme…

Dallo sguardo visibilmente ammirato di Luca e Fredo al mio arrivo sulla terrazza dove si sarebbe cenato, capii di aver fatto centro, con il mio abbigliamento.

Giovanna mi strizzò l’occhio, in segno di complicità, mentre annunciava:

-Stanno arrivando , eccoli….-

Mi sporsi dal parapetto per vedere la nuova coppia salire la ripida scaletta che portava alla terrazza: lei, piccola di statura, precedeva un ragazzo alto, biondo e abbronzato, decisamente bello, che immediatamente calamitò il mio sguardo, anzi devo dire che dal modo come ci guardammo, mentre saliva verso di me, pareva che il gioco d’amore tra noi fosse già iniziato. La presenza di lei non mi sembrava per niente un intralcio, a prima vista era abbastanza anonima. Mi parve persino strano che un tipo come lui stesse con una così. In realtà, la loro l’intesa sessuale era molto forte, come mi sarei resa conto poco dopo.

Ora , come al solito quando entro nel vivo del racconto, passo al tempo presente.
Rapide presentazioni ; la compagna dell’appetibile maschietto, Ale, si chiama Lara : é una donna, sui 35 anni, piccoletta, castana di capelli, con un paio di occhi verdi molto belli e un sorriso decisamente accattivante.

Noto subito l’abbigliamento informale, una maglietta con bretelline sottili che mette in evidenza non solo un seno abbondante ma anche pieno di efelidi, un particolare che trovo davvero piccante, perché sul viso ne ha veramente pochine.

Dopo avermi salutato, a differenza del suo ragazzo che mi resta accanto, si volta per andare verso Fredo che sta preparando il barbecue ; la seguo con lo sguardo e noto una farfalla dai mille colori tatuata sulla spalla destra, mentre ancor più mi colpisce lo splendido , piccolo sedere a mandolino.

Indossa una gonna bianca aderente, di tela , e nel camminare le chiappe, elastiche e rotonde paiono due frutti gemelli maturi e sodi.
Quella donna odora di sesso come una gatta in calore; e il mio interesse ( a volte sono davvero una femmina confusa) inevitabilmente si sposta dal ragazzo a lei, mentre un forte desiderio di piacerle, di attirare la sua attenzione si impadronisce della sottoscritta, che per una volta tanto si sente insicura di sé, perché intuisce il tipo di legame che c’é tra i due.

Lascio il ragazzo alle cure di Giovanna, il cui sguardo si fa leggermente attonito, e mi dirigo verso Lara e Fredo.

Lei mi accoglie con un sorriso caldo e mi fa un complimento chiaramente intrigante e intrigato:

-Solo tu , Fede, puoi portare un completo del genere, ci vogliono le tue gambe , la tua non-pancia e anche il colore della pelle…sei molto bella: chissà a quanti uomini avrai fatto girare la testa…e forse anche a qualche donna…- aggiunge sottovoce maliziosa al mio orecchio.

Così dicendo mi passa una mano sui numerosi braccialetti africani che porto al braccio sinistro e così facendo mi accarezza l’avambraccio; rabbrividisco di piacere e la guardo in viso: sbaglio, o la punta della sua lingua passa e ripassa sulle labbra , a leccarle con ingordigia?

Guardo in basso e mi pare di intravvedere il pelo della sua passera, nel gioco di trasparenze;

Le labbra piene ora sono lucide e socchiuse ed io mi sorprendo a desiderarle su di me,
dentro il mio sesso umido, sul clitoride gonfio, intorno ai capezzoli..oh dio, ma che mi sta succedendo…

-Senti, Fede, ti avranno detto che sono una fotografa, devo far un servizio sugli splendori di questa isola, ti piacerebbe farmi da modella? magari potresti nascondere il viso sotto i capelli, se non vuoi essere riconosciuta , al momento vediamo come fare , che ne dici ?-

Resto senza parole, mentre Fredo, che ha capito tutto, si dedica con indifferenza al barbecue.

Io amo far fotografie, é una delle mie passioni, ma non mi piace molto essere fotografata ; non voglio che il mio corpo venga fermato per un attimo su una pellicola, perché mi pare che così una parte di me se ne vada per sempre in un’altra dimensione, quasi mi si privasse di preziosi attimi di vita.

Ma ora é diverso: al pensiero di spogliarmi nuda (perché questo desidero) di fronte a lei , di mostrarle il mio corpo di cui vado orgogliosa, in modo che possa desiderarlo come ora io desidero il suo..
beh, dire che sono in palla da adrenalina é dir poco.

Ceniamo, Fredo a capotavola, io vicino a lui , con a lato Giovanna, gli ospiti di fronte a me.

Parliamo con gli occhi noi due ragazze, mentre con le labbra portiamo avanti discorsi di convenienza: io sono eccitatissima, fiuto intorno a me il desiderio maschile e femminile, e questo mi manda in orbita , più che una doppia sniffata di coca.

Ad un certo punto noto che la mano di Ale non sta più sul tavolo e gli occhi di Lara farsi più grandi, mentre trattiene il respiro.
Incuriosita, lascio cadere il tovagliolo per terra e mi chino: vedo le gambe di lei aperte, non porta mutandine, e la mano del ragazzo darsi da fare tra i riccioli chiari del pube.

Vorrei poter restare lì a guardare in eterno e quando riemergo tra le cosce non sono più solo umida ma decisamente bagnata…

Lara mi guarda, sorride e si morde le labbra, sa che io so, mentre la mano del ragazzo torna sul tavolo. Come poi mi confesserà, in quel momento era fortemente combattuta tra due sentimenti contraddittori: da una parte, il fatto che qualcuno avesse visto quel “gioco” tra lei e il suo uomo la faceva arrossire. Dall’altra, avrebbe desiderato che quegli attimi durassero in eterno, le era piaciuto “mostrarsi” a me e anzi, avrebbe voluto che la mia mano si fosse sostituita a quella di Ale, tra le sue cosce… il massimo dell’intrigo.

Non vedo l’ora che finisca la cena, io e lei abbiamo appuntamento per l’indomani alle 10 del mattino.

Andremo in un posticino che conosco, pieno di colori , di profumi e soprattutto, solitario.

Il giorno dopo, puntuale, lei si presenta , da sola, con due macchine fotografiche , cavalletto e attrezzatura da fotografa professionista; io, sopra il costume , indosso un corto pareo e sono scalza, intanto dovremo camminare su un sentiero sabbioso e poi sugli scogli neri di ossidiana per arrivare dove voglio io.

Ci salutiamo , con un abbraccio e un bacio sulla guancia, ma credo che il suo cuore stia battendo al ritmo eccitato del mio.

Camminiamo per circa 20 minuti, ammirando il colore del mare , e l’intricata architettura costiera.

Finalmente arriviamo e Lara trova bellissimo il posto che ho scelto. Qui non c’è nessuno, siamo sole, io e lei, in questa specie di paradiso terrestre.

-Cominciamo , Fede, guarda, dovresti metterti là, così nera tra tutto quel giallo delle euforbie
sarai bellissima; so che non ti piace essere fotografata, ma questa volta ti divertirai, fidati…-

Mi fido tanto che non trovo di meglio che far cadere il pareo e togliermi sia il sopra che il sotto del costume.

Lara resta immobile , con la Nikon in mano, a fissarmi; allora mi muovo, lentamente , verso le euforbie sul sentiero roccioso.

-Così, cammina lenta, per favore, ora voltati piano, ruota la spalla fammi vedere un seno,
sì, ottimo;
ora sdraiati, su quello scoglio piatto-

E mi viene sopra, con la macchina fotografica, si mette a cavalcioni su di me e mentre scatta mormora con voce affannosa:

-Pensa che stai facendo all’amore, muovi i capelli, le braccia, inarcati, gemi …stai tranquilla , queste foto saranno solo nostre, se non vuoi pensare ad Ale , ho visto come lo guardavi, che ti credevi… pensa alla mia lingua dentro la tua passera, é questo che vuoi ora, vero?-

Mai più avrei pensato di potermi eccitare tanto al pensiero che una macchina fotografica mi scavasse dentro, catturando le mie espressioni e i miei desideri più segreti…

-Si- rispondo con voce roca e – spogliati, voglio guardarti…-

In un secondo è nuda , di nuovo sopra di me, a scattare innumerevoli foto, scendendo verso il ventre , mentre io, eccitata dai profumi intensi della macchia mediterranea e dal sole cocente, capisco solo una cosa: la voglio, voglio questa donna, i suoi seni abbondanti e ricoperti di lentiggini, le cosce lisce e morbide, la passera del color del miele….

Ora Lara prende un bellissimo fiore giallo selvatico , che assomiglia ad un tulipano e :

-Facciamo Lady Chatterley?- dice ridendo; mi allarga le cosce e adagia il fiore tra le labbra della mia micia dai riccioli scuri, poi :

-Stai ferma così, dio, come sei bella, Fede, rosa, giallo, nero, un accostamento da sballo….-

-Lara…- imploro io…

Ultimo scatto e lei si adagia su di me, baciandomi il collo, succhiandomi i capezzoli, mentre il ventre incollato al mio struscia con forza il clitoride , la sua lingua mi fruga la bocca e io l’abbraccio forte, cercando di toccarla dappertutto, con mani frenetiche e fameliche.

Poi la testa di Lara si abbassa sulla mia passera bollente e la bocca lavora su di me a ritmo incessante; le piccoli dita forzano il buchetto posteriore, facendomi gemere ancora più forte; non so far altro che mormorare…:

-Ti voglio, Lara, ti voglio…

E quando la sua lingua , come un piccolo fallo, si introduce in me, lambendo e forzando vengo con un grido chiamandola per nome…

Lei mi beve con ingordigia, come farebbe un assetato, poi alza il viso, balza di lato, riprende la Nikon e:

-Resta così, sapessi cosa sei, con quell’espressione sul viso, dovresti vederti…-

Segue una mitragliata di click…

Ora ci sdraiamo vicine, in silenzio, sotto il sole cocente, fino a che io non allungo una mano a stringere quella di Lara, che intreccia le dita alle mie e mormora :
-
-Avrei voluto che fosse tua la mano , ieri sera, a frugarmi e non quella di Ale …

Nessuna frase potrebbe accendermi di più di quella appena pronunciata dalla donna , perché mi riporta alla mente l’eccitazione provata durante la cena, sbirciando sotto la tavola.
Mi volto verso di lei, le lentiggini sul seno pieno brillano al sole come stelle, gli occhi si accendono di pagliuzze dorate e più in giù, la peluria castana tra le cosce é uno spudorato invito per i miei sensi di nuovo accesi.

Mi chino sul suo corpo e comincio a baciarla, lentamente, mentre con le mani le accarezzo i seni, giocando con i capezzoli, che sono grandi e rugosi, come fragole mature.
Scendo in basso, sul ventre morbido, fino a toccare il tesoro nascosto tra le cosce, per immergermi in quell’altra sua bocca , che ha un sapore un poco acre…”kiwi , sa di kiwi” e mi pare di gustare uno dei miei frutti preferiti.

Lara geme, non capisco se balbetta Ale o Fede, é talmente persa nel piacere da confondere la
mia lingua con quella del suo amante e viceversa.

Prendo le chiappette sode tra le mani, per avvicinare di più la mia bocca al suo sesso e mentre la penetro con le dita passo e ripasso la lingua sulle grandi e piccole labbra, per attardarmi sul clitoride senza premere, per prolungare il suo e il mio piacere.

Sono molto eccitata anche io, e mentre Lara si inarca in attesa dell’orgasmo che le darò tra un istante penso che potrei venirmene così, senza toccarmi.

La penetro con più violenza , senza staccare le labbra da quelle sue vermiglie e bagnate : lei esplode con un grido rauco , il corpo percorso da piccoli spasmi e vibrazioni.

Mi tocco appena tra le cosce e ancora con la bocca dentro il suo sesso esplodo in mille luci colorate : attimi di pura, perfetta estasi.

Poi restiamo così, il mio viso sulla sua passera, una mano di lei ad accarezzarmi i capelli.

Fino a che :

-Facciamo un bagno, dai –esclamiamo all’unisono.

E nude ci gettiamo nell’acqua verde-azzurra della seconda isola più bella del mondo….
Ringrazio Lara (Aphrodite) per l’ispirazione…

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*GIULIA UN AMORE DI DONNA**

E’ ormai quasi estate, in questa splendida città del Nord, avvolta dal grande fiume
come una bella donna in una stola di sontuosa pelliccia.
Sono venuta qui, ospite di amici, per riposarmi, dopo mesi di lavoro frenetico e per concedermi una pausa, tra una storia d’amore appena finita, annegata nella noia, e la prossima che, me lo sento, sarà sfavillante; è il mio istinto di cacciatore che mi porta a sperare in una preda sempre migliore della precedente.
Per ora passeggio sotto gli antichi portici, per via Mazzini, ricca di splendidi negozi dove entro, a volte, per comperare piccole cose da portare via per ricordo; vago per Piazza delle Erbe, tra bancarelle di tutti i colori, sorrido a un pesante complimento che mi rivolgono due ragazzi; arrivo fino a S Anastasia, la splendida chiesa che il Pisanello affrescò, lasciandoci il dipinto che preferisco in assoluto: S. Giorgio e la principessa.
Entro e mi fermo in ammirazione di fronte a questo capolavoro, al di là del tempo e dello spazio; come al solito mi perdo nelle mie fantasie, fino a che non mi accorgo che è l’ora di tornare a casa.

Nel pomeriggio i miei amici aspettano ospiti, che io trovo piuttosto barbosi, tutti così “bene” anche un po’ bigotti e reazionari; ma Annamaria mi ha promesso una sorpresa, per oggi.
-Vedrai, ti piacerà questa ragazza, si chiama Giulia, ha la tua stessa età, è molto ricca e molto libera, dicono che sia un po’ strana…-
Ora, dato l’ambiente di questi miei amici ( che in verità è quello di mia madre), strana può voler dire un sacco di cose, io spero sia “l’andar appena un po’ contro corrente” che per una città come questa è già una apprezzabile qualità.

Rientro a casa, dove nel primo pomeriggio arrivano gli ospiti, sempre i soliti, gentilissimi e ammuffiti.

Poi ecco Giulia e qui rimango davvero sorpresa, perché Giulia è il ritratto vivente del
S. Giorgio di Pisanello: gli stessi zigomi alti, la bocca piccola e carnosa e soprattutto i capelli, biondi e ricciuti, disposti a corona intorno al viso; due splendidi occhi azzurropervinca completano il quadro; è alta, magra, sotto la camicetta leggera il seno è quasi assente, mentre nei jens risaltano i fianchi stretti.
Mi sorride, dandomi la mano e noto i denti piccoli, da bambina; penso ai miei, quadrati e forti e a quanto siamo diverse, io nera, seno rigoglioso, fianchi morbidi, pelle olivastra.
Subito ci isoliamo, io e Giulia, come se ci fossimo riconosciute identiche in quel gruppo di persone così diverse da noi; parliamo di tutto, cinema, arte, le dico del Pisanello, ride, mi propone di uscire per tornare a vederlo insieme- tanto quì che facciamo?- accetto.
Come posso resistere alla sua parlata dolce e liquida, l’accento veneto mi trasmette sempre una grande tentatrice dolcezza.
Così rieccoci in Piazza delle Erbe, dove, sottobraccio, ci scambiamo impressioni, battute, facciamo acquisti, ci sediamo ad un caffè, ridacchiando agli sguardi dei maschi seduti vicini:

-Insieme siamo una potenza-

Dico io, lei annuisce e mi accarezza una mano; mi fa piacere quel contatto, lo trovo naturale,
come se lo avessi aspettato da sempre e ricambio con una stretta.
Poi torniamo in S. Anastasia e davanti al S.Giorgio le dico:
-Guardati, il Pisanello ti aveva in mente , quando ha dipinto questa meraviglia…-
Lei sorride, e risponde:

-Avrebbe dovuto prendere te per modella, tu saresti stata un vero santo guerriero, così nera, forte e bellissima..-

Usciamo, fa molto caldo ora, i mattoni rimandano nella piazza il sole assorbito durante il giorno.
-Io abito qui, proprio davanti alla chiesa al terzo piano, appartamento ristrutturato da mio padre, lo vuoi vedere?-
Rimango di stucco, un appartamento in quella zona deve costare un capitale, figuriamoci se non salgo a vederlo e poi Giulia è così fascinosa, non so che cosa mi aspetta lassù, ma qualunque cosa sia so che sarà splendida; e la casa lo è, splendida: basta affacciarsi alla finestra del salotto per vedere la meravigliosa facciata trecentesca di S. Anastasia.
Giulia mi chiede se voglio bere, ma soprattutto se desidero farmi una doccia, siamo veramente sudate e anche un po’ stanche; rispondo con entusiamo di sì, a tutte e due le domande; mi spoglio e mi infilo nel box, dentro un mare di piastrelle azzurre piene di pesci e con grande piacere lascio che l’acqua mi scorra addosso, canticchiando un pezzo dell’adorato Vasco.
All’improvviso il vetro scorrevole si apre e Giulia entra nella doccia.
Posso lavarmi con te?- chiede.
Io mi volto, ora so che la stavo aspettando, la guardo e sotto l’acqua vedo i suoi occhi brillare, i seni piccoli e appuntiti e sotto il pube completamente rasato, da bimba: ha un corpo splendido, efebico, e una pelle color del miele; le sorrido e lei allunga una mano e mi accarezza un seno, dicendo:
-Che meraviglia, è da quando ti ho visto che ho voglia di toccarti e di mangiarti, hai le tette golose, sembrano fatte di panna scura…-

Poi si accosta a me, il pube contro il mio, spingendomi verso la parete, mentre l’acqua continua a scendere, e mi bacia: un bacio profondo, così non sono mai stata baciata, un bacio che esplora via via le labbra, la lingua e tutti gli anfratti e i rilievi della bocca, i denti, e per un tempo così lungo che non so se a passare sono i secondi o le ore.
Ora io mi muovo contro di lei, cercando sollievo nel suo ventre; e quando l’eccitazione è tale che mi pare di essere una gemma pronta a scoppiare, senza rendermene conto, stringo tra le gambe una coscia di Giulia, per trovare sollievo nell’orgasmo imminente; allora lei, lasciate le mie labbra, comincia a succhiarmi i capezzoli, tesi fino al dolore, e con dita sapienti sfiora il clitoride gonfio, per affondare poi dentro di me, e strofinare di nuovo il clitoride, fino a portarmi ad un piacere quasi insostenibile, mentre mi apro il più possibile davanti alla mano che mi fruga.

Esplodo in un grido di liberazione, mentre lei mi stringe a sé, mormorando:
-Ti è piaciuto?-
Non rispondo, la testa sulla sua spalla, le accarezzo i capelli bagnati; poi chiudo l’acqua, spingo la mia amica fuori, perché ora ho voglia io di darle piacere, e so già come.
Dopo esserci asciugate a vicenda, la porto al grande letto dalle lenzuola color malva dove ci sdraiamo vicine.
Giulia dice:

-Che vuoi fare, non importa, se non lo desideri, non devi ricambiare per forza-

Io le passo un dito sulle labbra, la bacio leggermente, poi le allargo le lunghe gambe e con la mano accarezzo la sua morbida fessura glabra; lei sospira e chiude gli occhi.
Allora accosto la punta della lingua al suo taglio preciso e stretto come fosse un sesso di vergine; mi perdo dentro di lei, leccandola avidamente, poi cerco il clitoride, lo aspiro, lo addolcisco di saliva, lo faccio andare e venire, come fosse un piccolo fallo; poi la lecco tra le natiche, che si sollevano, perché io possa penetrarla anche lì con più facilità; il mio dito medio vi affonda per intero.
Solo allora Giulia grida, mentre io continuo a passare la mia lingua e le mie mani da un’apertura all’altra del suo corpo.

Siamo sfinite, ci abbracciamo, la testa bionda e ricciuta del Pisanello sul mio seno, le gambe intrecciate.
Restiamo così, né all’una né all’altra resta più la forza di parlare…

*HAMMAM*

Non amo particolarmente i “Beauty Center”, luoghi profumati e lussuosi adatti ad accogliere signore che hanno tempo da perdere e danaro da spendere, ricettacoli di squallidi pettegolezzi e di malignità tutte al femminile.

Il palazzo di S. Maria in Portico, a Roma, dimora dei Borgia, al confronto era un asilo d’infanzia…

Ma c’é n’é uno che frequento volentieri, solo perchè é dotato di un “Hammam”, un bagno turco in formato ridotto che può ospitare al massimo dieci persone.

Queste strutture sono ancora molto rare, purtroppo, in Italia, dove più comunemente si ricorre alla sauna, finlandese o no.

Una delle prime interessanti scoperte che ho fatto ad Istànbul l’anno scorso è stato un antico Hammam, vicino a S. Sofia, in parte ristrutturato, che permette l’accesso agli stranieri.

Lì ho sperimentato per la prima volta le sensazioni che procura il vapore umido, puro e purificante, soffice, caldo, profumato, avvolgente come una carezza infinita, mentre il tempo si arresta e la mente vaga senza alcun pensiero al mondo, sommersa da una nuova forma di languoroso piacere.

Mi hanno subito affascinato i corpi nudi che fluttuavano nella densa nebbia, sdraiati o seduti, fantasmi che parlottavano tra loro, in una lingua dolce , che sapeva di “Mille e una notte”…

Poi c’erano le docce, o i bagni , caldi e freddi, e il massaggio, eseguito da mani esperte, dapprima quasi doloroso per il vigore con cui veniva praticato, poi infinitamente rilassante.

Massaggio profumato e prolungato, che ridava la mio corpo una nuova bellezza e vitalità : e quando arrivava il tè aromatico e caldo , mi sentivo quasi…bizantina fin nel midollo delle ossa.

Appunto, quasi…

Era come se la continua estenuante carezza del vapore profumato prima e l’energia vitale del massaggio dopo mi lasciassero a mezza strada dal vero piacere che intuivo avrei potuto trovare frequentando l’Hammam…

Forse troppo avevo letto sui misteriosi riti dell’eros che si consumavano in questi antichi santuari del corpo e dello spirito.

A questo proposito un giorno una massaggiatrice anziana ed esperta mi spiegò qual’era la vera sacra funzione dell’hammam: dar sollievo alla carne per liberare lo spirito…

E per me lo spirito si libera attraverso il piacere, l’orgasmo é energia cosmico, un fuggevole e rapidissimo contatto con la divinità, che placa i sensi e libera l’anima.

Ma dovevo lasciare Istànbul e trovare un piccolo Hammam in Italia, perché il mio pensiero si riflettesse nelle parole dell’anziana come in uno specchio.

Questo minuscolo bagno turco consiste in una saletta tutta piastrellata d’azzurro, a mosaici, anche sul soffitto : vuole ricordare la moschea blù della capitale Turca.

Lungo le pareti corrono panche bagnate dal calore umido, sulle quali stanno seduti gli abituali frequentatori, che in mezzo alle nebbie tengono salotto.

Io invece mi sdraio, nuda, sulle piastrelle azzurre, non voglio asciugamani o altro, non parlo con nessuno, (ormai i miei compagni devono pensare che sono muta ) e mi lascio avvolgere dal vapore, una vera nuvola di bellezza, lasciando che la pelle si pulisca in profondità, per ritrovare elasticità e lucentezza.

Divento languida, i pensieri se ne vanno per conto loro mentre il sudore scorre dai pori aperti, ripulendomi delle tossine accumulate in quindici giorni di lavoro e vita frenetica.

Intorno a me, come a Istànbul, indovino figure irreali, che parlottano tra di loro, ma qui non ritrovo l’atmosfera da “Mille e una notte”, l’accento emiliano mal si adatta ai misteri d’oriente…

Trascorsa la mezz’ora mi trasferisco nel mio cubicolo, dove smaltisco l’umidità e il calore avvolta da asciugamani morbidi.

Poi la doccia calda e poi il massaggio.

Non é proprio la procedura dell’hammam, ma funziona.

Poi, un giorno , é arrivata Stasija, la nuova massaggiatrice russa , assunta per affiancare Maddalena, che da tempo “impasta” il mio corpo .

Appena ho saputo del suo arrivo, l’ho richiesta immediatamente; non sarà mai che io non provi …le novità…

Ed ho fatto bene, perché é grazie a lei che ora so cosa vuol dire”dar sollievo alla carne per liberare lo spirito”.

Mi piace ricordare il nostro primo incontro e riviverlo, mentre scrivo.

Sono sdraiata a pancia in sotto sul lettino da massaggio, nel mio cubicolo odoroso di incenso e spezie varie, con solo un piccolo telo copri-sedere, i capelli avvolti nel turbante dell’asciugamano.

Si apre la porta e il mio sguardo curioso incontra quello di due occhi azzurri tanto chiari da sembrare quasi bianchi, tondi, leggermente sporgenti.

Non é bella Stasija, fisico sciutto, capelli biondo-bianco raccolti dietro la nuca, viso appuntito, anonimo , età indefinibile tra i trenta e i quarant’anni , assomiglia ad una infermiera efficiente e distaccata nel suo camice bianco.

Ma quando sorride, qualcosa si scioglie dentro di me, i denti sono splendidi, bianchi e forti, le labbra , rosate, sembrano fiori di geranio schiacciati .

Ci salutiamo, mi chiede che massaggio sono solita fare, se ho problemi fisici, le solite cose.

Loda l’agilità del mio corpo, ma con fare distaccato, da professionista, solo lo sguardo…se i suoi occhi fossero bocche direi che una gran fame la divora…

Mentre parla, si avvicina allo scaffale pieno di bottigliette rosa e verdi e mi fa colare tra le scapole un olio dal profumo denso, un insieme di essenze floreali, speziate.

-Maddalena non ha mai usato questo olio- mormoro io, già sopraffatta dal profumo intenso.

-Lo so, se é d’accordo lei sarà la prima cliente di questa città a provarlo, me lo porta un amico dallaTunisia, credo sia perfetto per la sua pelle così scura e non troppo delicata… le mie mani la massaggeranno meglio, vedrà…-

E sorride di nuovo, con quello sguardo strano, affamato di passione sempre illusa e delusa, tenendo le mani in alto, come un chirurgo prima dell’intevento.

Io chiudo gli occhi, preparandomi al suo tocco, quando l’asciugamano che mi avvolge i capelli umidi cade per terra.

Stasija lo raccoglie, poi immerge una mano nella mia chioma , che arricciolata scende oltre il lettino e mormora:

-Che belli, forti, neri, hanno una loro vita, così ingarbugliati….-

Così dicendo continua il movimento, lisciandoli, per ricoprirli con l’asciugamano ed io rabbrividisco: non può aver intuito che sono particolarmente eccitata da questo tipo di carezza….

Sospiro e il brivido dell’avventura mi scuote, dalla testa ai piedi, passando, come una lama, attraverso il sesso, che inizia a pulsare , come un vero cuore.

Segno inequivocabile della corrente di desiderio che mi spinge , per motivi imperscrutabili, verso di lei.

Chiedo alla donna che cosa l’ha portata in Italia, le solite domande, e lei comincia a raccontare, con una voce dolce, morbida, da favola, e intanto le sue mani, bagnate di olio profumato, si mettono al lavoro su di me.

Dapprima mi colpisce col taglio della mano, brevi colpi, rapidi e decisi, poi inizia il massaggio vero e proprio, alternando alla forza la dolcezza, lavorando i muscoli della schiena, dei glutei, delle gambe, ed io comincio a sentirmi distesa, tranquilla, in pace con me stessa e col mondo.

Quando “attacca”con forza la parte alta delle cosce le sue mani scendono, come per caso , attraverso il solco delle natiche ad accarezzare per un attimo le grandi labbra facendo scorrere le dita sulla carne che brucia.

Ma potrebbe essere un caso, forse non l’ha fatto apposta, penso, anche se dentro di me so che é vero il contrario.

Quando Stasija mi dice di voltarmi, la guardo e so che ora arriverà qualche cosa di insolito, “Dalla Russia con amore”, penso ….

Mi giro, completamente nuda, il telo copri passera é solo un’ipocrisia…

Stasija si è voltata verso l’armadietto e mi mostra due attrezzi grandi come un pacchetto di sigarette:

-Vibromassaggiatori- dice e poi – sono ottimi per i seni e il ventre e le cosce , dove la pelle é più delicata, vuole provarli? A mani nude farò il resto…-

-Certamente- rispondo incuriosita e intanto penso in quale vecchio libro erotico o pseudotale ho letto di una cosa simile.

Allora le palme vibranti della russa cominciano a percorrere lentamente la superficie del mio corpo nudo, affondando ovunque ci sia una piega o una cavità, scivolando con perizia nell’incavo del collo, sotto le ascelle, tra i seni.

Chiudo gli occhi, mentre un desiderio strano, lento e caldo, umido come le nebbie dell’Hammam, mi invade.

Smetto di parlare, si ode solo il leggero ronzio dei piccoli apparecchi.

Dopo aver percorso il ventre Stasija scende alla superficie interna delle cosce, là dove la pelle é più tenera, sensibile, pronta al piacere, dove adoro essere baciata e …

Tremo in tutto il corpo, non posso trattenermi, le mie gambe si aprono leggermente, sollevo il pube ricciuto, che chiede di essere accarezzato.

Ma le mani della massaggiatrice si allontanano, risalendo verso il ventre, poi s’arrampicano fino ai capezzoli, ora sfiorandoli, ora premendoli sulle punte, facendoli rientrare nello spessore dei seni.

Mi lamento, piano, inarcando le reni.

Allora Stasija libera una mano e con le dita delicatamente apre le labbra della passera, mentre con l’altra, ancora appesantita dal vibromassaggiatore passa e ripassa sull’umido tessuto interno , sul clitoride che mi par di veder gonfio come un acino d’uva pieno di sole, scende giù, fino all’entrata del mio ventre, senza precauzioni di dolcezza, senza lasciarmi tregua ….

L’orgasmo arriva, violento, e con lui anche il mio grido trattenuto di liberazione e di ringraziamento.

Stasija si china rapidamente e bacia , leggera, il mio sesso aperto, fermandosi un attimo ad annusarmi, poi:

-Che buon odore- mormora, con la sua voce cantilenante.

Poi riprende il massaggio con le mani, come se niente fosse successo.

Ed io, grazie a lei, capisco finalmente l’antica funzione dell’Hammam: dar sollievo alla carne per liberare lo spirito, attraverso il piacere.

Da questo primo incontro con Stasija sono passati mesi, a volte la trovo disponibile quando vado al centro, a volte no, ma solo con lei la mia anima riesce a volare, attraverso le umide nebbie del piccolo bagno turco…
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*IL RASOIO D’ARGENTO**

In una libreria ho incontrato un uomo: ci siamo scambiati sguardi insistenti , mentre consultavamo, o fingevamo di consultare libri diversi.
I suoi occhi , strani, giallastri, allungati e grandi nel viso magro e tirato parlavano un linguaggio per me facilissimo da decifrare tanto che già gli stavo rispondendo nella stessa lingua fatta di sguardi più eccitanti di qualsiasi carezza , quando una donna gli si é avvicinata e con fare possessivo se l’é portato via.
Nella notte seguente ho fatto un sogno ( io sogno moltissimo, sogni di tutti i generi, anche erotici, che per lo più ricordo perfettamente al mio risveglio).
Eccolo.
Mi trovo in una stanza piena di luci soffuse, dalle pareti rivestite di damasco rosso dove abbondano gli specchi, con le cornici barocche e dorate. Qua e là sono sistemati vasi di orchidee bianche, il mio fiore preferito.
Una musica ritmata e martellante arriva, soffocata,dalla discoteca al piano di sotto; le pareti sono isonorizzate, questo è il suo appartamento privato, la casa del proprietario del locale, il mio uomo della libreria.

Sono la sua Amante speciale, la preferita; per questo, nuda, in piedi davanti ad uno specchio enorme mi osservo attentamente e quello che vedo mi piace: passo la mano sui seni pieni,dove i capezzoli, tinti di rosso come le labbra della passera, spiccano simili a fragole mature; scendo al ventre piatto per indugiare sui riccioli del pube, mentre ammiro le lunghe dita dalle unghie curate, che risplendono con il loro grigio-argento lunare tra la folta nera peluria del pube e il cremisi delle mucose. Sono felice di sentirmi così bella, perché so che gli piacerò: lui é lì, da qualche parte, nascosto nell’ombra.
Infatti sento la sua voce, calda come una carezza:
-Vieni qui, Fede,vieni da me-
Avverto un crampo di eccitazione al ventre mentre mi sposto verso di lui . Mi appare davanti all’improvviso, alto e magro, il viso allungato, gli occhi verdi con bagliori giallastri da predatore, i denti bianchissimi, un anellino minuscolo di brillanti all’orecchio destro .
Si siede su una poltrona di cuoio nero, di fronte ad una grande specchiera, alla quale sta appoggiato un prezioso tavolino, un coloratissimo 700 veneziano.

Come sono sfavillanti e caldi i colori nei sogni: un’orgia per i sensi.

Allunga le mani verso le mie, guardandomi fisso: le sue pupille si restringono ed io, che già mi sento bagnare dal desiderio, mi allungo per bacialo; le nostre bocche si mangiano mentre le sue dita, impazienti, mi frugano il grembo; lascio le sue labbra e faccio per
aprirgli i pantaloni: lo voglio dentro di me, ovunque sia suo desiderio prendermi.

Ma lui mi allontana ,dicendomi, con voce bassa e tesa:
-Raditi, voglio vederti mentre ti radi-.
Non capisco che cosa vuol dire, resto interdetta, immobile di fronte al mio uomo della libreria.
-Raditi il pube, sul tavolino, dove dovrai appoggiarti c’è un rasoio e vicino il sapone da barba. Siediti di fronte a me, appoggia la schiena allo specchio, e raditi ; ti piacerà ,vedrai…-
Cerco con gli occhi il rasoio , e con orrore, vedo che è un rasoio da barbiere, strumento tanto caro al serial killer professionista che , impugnandolo come un coltello, affetta le vittime di turno.
Solo che questo é d’argento, con l’impugnatura istoriata di minuscoli ideogrammi.
I sogni sono davvero strani, a volte.
Mi controllo e mi sistemo come lui vuole, la punta di un piede tocca terra mentre l’altro é sollevato, per permettere alle labbra della mia fichetta di aprirsi: la sta fissando con desiderio, allora passo rapidamente le mie dita a solleticare il clitoride, come a prepararlo a quello che avverrà; ora non ho più paura, desidero solo che lui continui a guardarmi in questo modo.

Alla mia destra c’è una ciotola piena di crema da barba, soffice, densa, sembra panna, vicino un pennello dal manico di avorio e, più in là, il rasoio, la lama splendente sotto le luci. Intingo il pennello nella tazza e inizio a passarlo in alto, sul pube: i miei riccioli neri scompaiono sotto tutto quel bianco; poi prendo in mano il rasoio: non mi fa più paura, anzi, vedere la lama che scende sulla mia carne tenera mi procura un oscuro piacere; quando inizio a radermi, al contatto diretto con il metallo, che rende glabro il mio monte di venere, l’eccitazione si fa palese: il clitoride si irrigidisce ed io gemo; vorrei toccarmi, ma il suo sguardo me lo impedisce; allora continuoa coprire di schiuma le grandi labbra, vicino al mio rosso tenero chicco, stando ben attenta a non sfiorarlo con il pennello troppo energicamente: l’orgasmo sarebbe immediato e so che lui non vuoi questo.

Ora il gioco si fa difficile: devo stare molto attenta nel passare il rasoio giù, fino a dove i petali grandi del mio fiore si congiungono, la mia mano trema dall’eccitazione, anche perché mi accorgo che il suo respiro si fa affrettato: guardo le sue mani stringere spasmodicamente i braccioli della poltrona, mentre, sotto i pantaloni, la sua eccitazione é evidente.
- Aspetta, Fede, non togliere tutta la schiuma- e la sua voce è rauca, bassa,come inceppata.
Mi fermo, con il rasoio che risplende d’argento prezioso.
Lui allunga una mano, con due dita prende un fiocco bianco dalla mia passera e lo infila in bocca; ingoia, mormorando:
-Che sapore unico, nessuna donna è saporosa come te…-
In quel momento so con sicurezza che la schiuma da barba è diventata panna, i miei umori
di femmina hanno attuato la magica trasformazione.
-Lascia tutto, vieni da me, voglio mangiar la tua panna, fino in fondo-.
Guardo la mia fichetta glabra, con il roseo taglio netto che pare quella di una vergine.
Capisco perché mi ha voluta così quando la mia micia è di fronte al suo viso, aperta, offerta, pronta per essere gustata.
Appena la sua lingua inizia a lambirmi con perizia, grido e i miei fianchi esplodono in un movimento convulso; lui li afferra, per avvicinarmi ancora di più : mi lecca, mi esplora, mi penetra, passando e ripassando sul clitoride, in tutti i miei anfratti di donna, fino al piacere finale, la mia piccola morte.
Dopo , aprendogli i pantaloni, libero il suo sesso, caldo, pulsante, vivo e mi calo su di esso,con un rapido movimento:
-Sei un lago di burro caldo- mormora; poche spinte e il suo seme mi riempie, lo sento colare giù per le cosce.
Mi abbandono contro di lui, sfiorandogli leggermente le labbra, con dolcezza , poi…
Mi ritrovo nel mio letto, con te accanto; sparite le luci rutilanti, la musica assordante, il rasoio, la panna, l’uomo dallo sguardo famelico ed animalesco.
E penso, sorridendo, che anche a te piace la mia passera tosata…

*IMPROVVISAMENTE L’ESTATE SCORSA**

Venivo a chiamarti per metterti fretta, lenta come sei a prepararti, quando, arrivando scalza e in silenzio alla porta della tua camera socchiusa, ti ho vista di fronte allo
specchio mentre ti accingevi ad indossare un vestito nuovo; per un attimo mi é balenato di fronte agli occhi il tuo corpo seminudo (coperto solo da un sottile slip bianco) prima che, sollevate le braccia, la seta madreperlacea ti scivolasse addosso, come una cascata d’acqua, impigliandosi sui seni e sui fianchi, simile alla corrente di un fiume su massi sporgenti.
Per poi riversarsi improvvisamente intorno alle caviglie, fino ai sandali dal tacco alto e dorato.

Rimasi così, a spiarti, trattenendo il respiro: eri bellissima, vestita di pelle di luna.

I tuoi capelli troppo biondi (avevi esagerato con il colore), insiema alla seta madreperlacea dell’abito presero improvvisamente a risplendere come fili preziosi, riportandomi alla mente
le immagini di certe dive degli anni 30, con il loro biondo platino e la bocca fiammeggiante.
Dopo esserti contemplata per un attimo, scuotesti la testa e, delicatamente, spostando le spalline, iniziasti il processo inverso: l’abito non era di tuo gusto, lo stavi togliendo.
Allora i tuoi movimenti, i giri, i profili, le mosse eleganti si trasformarono in una danza lenta e languida, come se sapessi di avere un pubblico.
Non ti stavi togliendo un abito, ti liberavi della pelle, come un serpente.
Così, mano a a mano che la seta scendeva emergevani i tuoi seni abbondanti, un poco molli, dai capezzoli grandi e poi più giù, il ventre tondeggiante; alzasti una gamba e notai la tua coscia, non proprio perfetta: c’era in te una certa mollezza, come un segno di invecchiamento che si stava precocemente annunciando, un incerto avviso di corruzione, che mi infiammò di colpo.
Il vestito discese ancora, fino a raccogliersi intorno alle caviglie.
E mentre ti chinavi per prenderlo avrei voluto mormorarti:
-Ti prego, spogliati ancora per me, rifallo-
Perchè nel vederti emergere nuda dalla seta lucente io ti ho desiderato così intensamente da dover retrocedere dalla porta, per appoggiarmi alla parete del corridoio, il cuore in subbuglio, il viso in fiamme.
Eppure eri mia ospite già da tempo, ti conoscevo da alcuni mesi, ma niente di simile mi era mai successo prima.
Cercai di ricompormi, entrai in camera, approvai il tuo nuovo abbigliamento ed uscimmo.
Con il mio uomo vicino che mi abbracciava, mi meravigliavo di riuscire a nascondere lo strano, febbrile, improvviso lacerante desiderio che mi aveva preso nel vederti mentre ti liberavi della tua pelle di madreperla.
Quella strana, rituale danza mi aveva completamente ammaliata.

Mi controllai, ti sfiorai qualche volta la mano, come per caso, come succede tra donne e quando tu mi abbracciasti per mormorami qualche stupido pettegolezzo all’orecchio, dalla tua scollatura mi salì alle narici un odore di femmina, mista ad un fruttato Rochas, così intenso da farmi quasi star male.
Quella notte con Luca fui insaziabile: ma mentre lui mi prendeva in tutti i modi possibili e le nostre membra erano così bagnate di sudore da scivolare tra le mani come anguille, io pensavo a te, alla tua fichetta morbida, ai tuoi seni molli e dovetti mordermi più volte le labbra per non gridare il tuo nome nell’orgasmo.

Nei giorni che seguirono le cose cambiarono, tra te e me: cominciasti a percepire il
messaggio, era inevitabile.
Quando il desiderio é così intenso da farti smaniare se non é placato, l’oggetto di tanto sensuale interesse sente le onde di calore che l’avvolgono, per spingerlo come una spirale incantata verso l’autore della “fattura”amorosa.
Così un giorno successe quel che era destino succedesse, complice il caldo dell’isola, i suoi profumi intensi, il sesso che praticavamo così spesso con i nostri patners e del quale portavamo in giro orgogliosamente i trofei: occhiaie, lividi, graffi.
E la quasi nudità in cui vivevamo, a stretto contatto con il mare.
Un giorno, i ragazzi erano a pescare, tu andasti fino in paese perché volevi qualche cosa di nuovo da indossare per la serata, mentre io rimasi a casa, a terminare una relazione di lavoro che mi stava perseguitando anche in vacanza.
Ad un certo punto sentii che eri rientrata e la tua voce chiamarmi:
-Fede, vieni a vedere che cosa mi sono comperata-
Volai da te.
Mi accovacciai sul letto, in attesa.
Togliesti canotta e pantaloni, rimanendo in reggiseno e slip; intercettasti il mio sguardo, e lo interpretasti male:
-Sì, lo so, tu non ne porti di reggiseno, ma le mie tette cascano, han bisogno di sostegno-
Rimasi in silenzio, pregando i miei dei che avessi comperato un vestito, qualche cosa che poi avresti potuto togliere per me, con la grazia magica di quel giorno.
Infatti, estratto dal borsone un pugnetto di stoffa rossa e lucida te lo infilasti sopra la testa e frusciando l’abito scese fino alle caviglie, a ricoprirti di una seconda purpurea pelle.
Ti voltasti verso di me, per mostrarmi il lungo spacco decisamente semi-depilzero.
Eri splendida, con quei capelli biondi, quasi bianchi, e l’abbronzatura compatta.
Una enorme coppa di gelato al cioccolato e panna.
-Sei bellissima -mormorai- bellissima.
-Grazie, son felice dell’acquisto, ora faccio un bagno, son morta di caldo-
Dicesti queste parole guardandomi fisso negli occhi, a labbra socchiuse, lucide di saliva.

Allora non riuscii a trattenermi ; ti chiesi, in un bisbiglio:
-Sì, ma prima spogliati per me, come quel giorno con il vestito d’argento, tu non lo sai ma io ti ho vista, e da allora.. -
-Lo so, lo so che mi hai vista, l’ho capito-
E hai tentato di avvicinarti ma io ti ho fermato:
-Nò, spogliati, e poi fai il bagno-
Così hai ripetuto per me quella danza che parlava di sesso, di carezze proibite, di languori nebbiosi umorosi di femmina, ho rivisto riemergere dalla stoffa il seno morbido, il ventre arrotondato, e trasparire, dallo slip, il triangolo castano tra le cosce piene.
Ammutolita fotografavo con la mente ogni tuo movimento, mentre mi pareva di sentire l’odore della mia passera umida di desiderio spargersi per la stanza.
Mi hai guardato, e la mia eccitazione é salita alle stelle al pensiero di quello che tra poco sarebbe successo; poi ti sei diretta verso la stanza da bagno che si apriva nella camera stessa ed era la più grande e bella della casa.
Ti portasti le mani alle scapole per sganciare il reggiseno: le dita agili sul gancetto, la schiena leggermenente inarcata, i gomiti in fuori.
Un gesto di una sensualità unica.
Restammo in silenzio, mentre aprivi l’acqua e versavi olio e sapone profumati nella vasca.
Poi ti immergesti nella schiuma calda, con un brivido di soddisfazione e :
-Fede, vieni qui, così parliamo più comodamente-
Lentamente entrai anche io nella stanza, dove le piastrelle azzurre si stavano ricoprendo di vapore.
Sopra il tuo corpo la schiuma formava isolotti, divisi dai tuoi movimenti.
Ti alzasti un pò e i seni galleggiarono, come frutti maturi nell’oceano.
Alzasti il viso verso di me, che mi ero seduta sul bordo della vasca ed io vidi la tua bocca, con goccioline di sudore sopra il labbro superiore, aperta, invitante, grande.
Mi chinai rapida sopra di te e ti abbracciai, finendo con le mani nell’acqua schiumosa.
Penetrarti la bocca fu un delirio, mentre le mani ansiose cercavano i seni e scendevano febbrili lungo il tuo corpo.

Allora con mossa rapida mi liberai dei pochi indumenti che indossavo e mi immersi anche io nella grande vasca: ci guardammo per un attimo, poi fummo una contro l’altra, le labbra di nuovo unite, le gambe aperte, nel tentativo spasmodico di compenetrare i nostri corpi.
Tu trovasti per prima la mia passera, mentre io mi attardavo sui tuoi seni grandi, leccando, succhiando sapone, odore di pelle, mangiandoti, mentre gemevi.
Mi penetrasti subito con le dita, ruotandole, premendo contemporaneamente il clitoride, mentre io mi aprivo sempre di più perché volevo prendere dentro di me quanto più del tuo corpo fosse possibile.
E quando anche io arrivai a toccarti tra le gambe, staccai la bocca dalla tua per poter gridare, perché l’orgasmo era arrivato, improvviso, violento come una mazzata.
Mi abbracciasti, baciandomi i capelli, mentre la mia mano continuava ad accarezzarti la micia senza che me ne rendessi conto.
Una volta tornata sulla terra ti feci alzare in piedi, a gambedivaricate, per ammirare dal basso la tua passera aperta, rosea nel bianco della schiuma.
Non resistetti oltre: la mia bocca si protese avida alle tue labbra di donna, mentre con le mani ti afferravo i fianchi, per spingerti contro di me.
Con la lingua ti esplorai tutta, fin dentro il profondo della vagina calda e morbida, sul clitoride duro come un monticello di carne, nel solco tra le natiche e quando ti sentii abbandonata e gemente, pronta, mentre la bocca si pasceva delle tue mucose vermiglie e bagnate della mia saliva e del tuo piacere, ti introdussi un dito dietro, piano, per non farti male e tu ti spingesti ancor più contro di me, mormorando:
-Sì, Fede, sì, così.. -
Il mio dito e la mia ligua continuarono implacabili fino a farti arrivare al nirvana: giuro che ebbi la sensazione di ricevere in bocca un piccolissimo zampillo del tuo nettare.

Poi, sfinite e abbracciate, ci abbandonammo di nuovo tra la schiuma e il profumo arabo dell’olio.
Quella fu un’estate particolare: altre volte, molte, ti spogliasti per me ed io ti ho
desiderato, Giulia, davvero, con tutte le mie forze.
Direi che il piacere di quel rapporto fu aumentato notevolmente dall’idea un poco perversa di tradire i nostri uomini amandoci clandestinamente tra di noi.
Chissà se loro l’hanno sospettato, non lo sapremo mai, le carte son cambiate da allora e il gioco é passato di mano.

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